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Incontro del 17 marzo 2010 Favaro Veneto, parrocchia di San Pietro
il prete in una chiesa sinodale
Relatori i teologi:
Serena Noceti e Daniele Garota
Agenda 20.45 saluto 21.00 intervento di Serena Noceti 21.30 intervento di Daniele Garota 22.00 lavoro in gruppi 22.15 risposte dei relatori
Sommario
introduzioneProcedendo sul solco fecondo tracciato dalla Visita pastorale, le parrocchie del nostro vicariato hanno deciso di continuare ad incontrarsi per crescere nella conoscenza reciproca e ricercare quel rapporto di comunione al quale la nostra fede ci chiama. Dopo la consolidata esperienza di incontri in preparazione alla Sosta pastorale, il compito di guidare le assemblee ed elaborarne i risultati è ancora affidato a un gruppo di coordinamento vicariale che rappresenta tutte le parrocchie. Con qualche piccolo cambiamento, questo gruppo è tornato ad incontrarsi all’inizio di gennaio. In quella occasione, pressoché tutti i consiglieri sono stati concordi sul tema della prossima assemblea, prevista per l’inizio di giugno: la figura del prete. Questa scelta, inizialmente ispirata all’Anno sacerdotale che stiamo vivendo nella Chiesa e alla necessità di capire meglio la figura del ministro ordinato, è anche dovuta al desiderio di riprendere le tematiche già toccate nelle assemblee precedenti, la sinodalità nella Chiesa, la corresponsabilità dei laici, il rapporto presbiteri/laici…, accostando così il ministero battesimale dei laici e il ministero ordinato dei preti. Abbiamo pensato perciò di affidarci e farci guidare dalle parole di due personalità autorevoli nel campo della teologia, che fossero laici, un uomo e una donna, certi che quanto avremmo sentito da loro ci avrebbe potuto stimolare e far progredire nel nostro cammino di singole comunità, di vicariato e di Chiesa tutta. Oggi, a un mese esatto dall’incontro, possiamo dire che le nostre aspettative non sono state deluse.
Favaro Veneto, 17 aprile 2010
intervento di Serena NocetiPremessaVorrei dire fin dall’inizio che mi sento e vivo come figlia del Concilio. Vorrei collocare la riflessione di questa sera “Il prete in una chiesa sinodale” nell’ottica della visione ecclesiologica di riflessione sulla chiesa che il Concilio ci ha consegnato. Vorrei ancora più profondamente radicarmi nella chiesa del Concilio, quella che dal Concilio é maturata, scaturita, si é sviluppata. E’ quasi ovvio, quando si parla di teologia oggi, fare riferimento al Concilio come punto di riferimento importante, e direi che per il nostro tema di questa sera, per l’oggetto della nostra riflessione, questo é ancora più necessario perché abbiamo una ri-acquisizione della coscienza e della forma sinodale di chiesa che il Concilio Vaticano II ci consegna, in particolare nella Lumen Gentium. Poi una riflessione, un’impostazione nuova del ministero ordinato, quindi della riflessione sulla figura del prete che il Concilio ci offre. 1. Il terminus a quo: il Concilio Vaticano IIIl Concilio é stato un evento sinodale, é stata un’esperienza forte di chiesa e di processo di sinodalità che i vescovi hanno vissuto e da cui é scaturita una forma nuova chiaramente propulsiva e innovativa. E così dai documenti, ma direi ancora più profondamente dall’evento conciliare, scaturisce una dimensione di chiesa che vive in comunione. Una comunione che si radica in processi di comunicazione, da cui vorrei appunto partire. Il Concilio Vaticano II non ha utilizzato direttamente la parola “sinodalità” per la vita ecclesiale, quindi, faccio riferimento al concilio sapendo, però, che nei documenti conciliari la parola “chiesa sinodale – sinodalità di chiesa” non é presente in questa forma così come oggi noi la pensiamo. Ma sono presenti i presupposti radicali, che vorrei raccogliere attorno a cinque parole, intorno alle quali “ri-pensare” una chiesa sinodale. La prima parola è “soggetti” che fanno chiesa . Quello che il Concilio ci consegna in forma nuova é una nuova considerazione della soggettualità, dell’essere soggetti, di tutti i battezzati. Il secondo capitolo di Lumen Gentium, la costituzione dedicata alla chiesa, é proprio incentrata sul tema del popolo di Dio e sulla identità, sugli elementi di identità comune – che si radicano sul battesimo – che sono propri di tutti i cristiani. In particolare, tra i paragrafi presenti ce n’é uno, a mio parere fondamentale, si trova al numero 12 della Lumen Gentium "Ogni cristiano é segnato da un senso della fede e partecipa della missione profetica di Cristo" cioè, ogni cristiano e ogni cristiana, ha una parola necessaria per la vita, la crescita, l'evoluzione di Chiesa. Allora il primo elemento che suffraga e sostiene una chiesa sinodale é il fatto che tutti noi che costituiamo, cioè costituiamo insieme il soggetto ecclesiale, siamo portatori, portatrici di una parola necessaria nell'annuncio del vangelo, nell'interpretazione del vangelo nella vita di chiesa. Questo ha aperto degli scenari nuovi rispetto alla fase preconciliare. C'é una discontinuità evidente in questo dal momento che siamo passati da una figura di chiesa incentrata su processi di comunicazione della fede "da chi sa a chi non sa" – quale era quella precedente al concilio, dal clero ai laici, dagli adulti il bambini – ad una comprensione della vita di chiesa che si gioca in una soggettualità di tutti i soggetti battezzati, uomini e donne, pur nella differenza di ministeri, tra ministri ordinati e appunto laici e laiche. Ma il recupero di un essere soggetto per tutti i laici e laiche che si fonda sul dono e fonte battesimale, e questo é un punto di riferimento chiave. La seconda parola è la parola "comunione". Quindi relazione di comunione con Dio e tra coloro che fanno chiesa e una comunione che sa di vivere di dinamiche comunicative non più unidirezionali (dall'alto verso il basso, dal centro verso la periferia), ma pensata come forma di comunicazione multi direzionale. Ogni soggetto cristiano é ascoltatore della parola ma anche locutore necessario di una parola di interpretazione evangelica per la chiesa. La terza parola chiave è “chiesa comunità ermeneutica” cioè capace di interpretare e annunciare il vangelo nelle parole e con le parole dell'oggi nella storia. Quindi una chiesa che vive radicata nell'ascolto della Parola di Dio e in un annuncio del Vangelo che sa parlare, dovrebbe saper parlare con profondità il linguaggio del nostro tempo. Lo riassumerei con l'espressione "Chiesa comunità ermeneutica", capace di interpretare il vangelo nell'oggi della storia. La quarta parola è “chiesa popolo sacerdotale". Anche qui abbiamo una radicale differenza rispetto alla fase preconciliare. Il Concilio Vaticano II recupera in Lumen Gentium (N. 10 e n. 11 del II capitolo dedicato al popolo di Dio) il fatto che, per il battesimo, ciascuno e ciascuna di noi é sacerdote. Ciascuno di noi esercita e vive il sacerdozio nella vita quotidiana, ciascuno di noi offre il suo corpo, cioè tutta la sua esistenza, per amore agli altri e come culto a Dio nella storia. Prima di qualsiasi sacerdozio di riti, di culto, di liturgia quello che é in gioco é un sacerdozio della vita e dell'esistenza, nel dono di noi stessi. Ciascuno di noi é sacerdote, rende culto a Dio nella sua vita quotidiana, quando per amore dona tutto se stesso (Lettera ai Romani cap.12). Questo apre uno scenario nuovo e recupera un elemento di coscienza, autocoscienza, presente nel nuovo testamento ma che era stato dimenticato e marginalizzato per secoli. Faccio una breve parentesi che possa aiutarci ad entrare in questa prospettiva. Quando noi guardiamo ai testi neotestamentari ci accorgiamo che il termine "sacerdote" viene utilizzato unicamente per il Cristo: Sommo sacerdote, misericordioso, santo, vicino agli uomini, fedele. E viene usato il termine "sacerdoti" per i cristiani, oppure popolo sacerdotale, l'insieme di tutti i cristiani. Mai su tutto il nuovo testamento la parola sacerdote o sacerdoti é utilizzata per coloro che sono ministri ordinati, noi diremmo, cioé i responsabili nella comunità cristiana. Il sacerdozio che ci viene presentato, é come il sacerdozio di Cristo, quello che si vive nel dono di noi stessi per amore degli altri come culto a Dio. Questa é l'idea di sacerdozio che é presente nel nuovo testamento. Questa idea rimane diffusa fino al quarto secolo nella autocoscienza di chiesa. A partire dal quarto secolo si comincia ad utilizzare il termine sacerdote/sacerdoti unicamente per i ministri ordinati. I laici e le laiche perdono la consapevolezza di questo sacerdozio dell'esistenza. Questa situazione, questa prospettiva, rimane più o meno stabile fino al Concilio Vaticano II quando (finalmente!) arriviamo a recuperare questo elemento di coscienza presente nel nuovo testamento e cominciano a recuperare il termine Sacerdote per il Cristo e sacerdoti per i cristiani. Allora il capitolo 2° ci consegna un'autocoscienza di chiesa dove il sacerdozio é prima di tutto quello della vita, dove si supera la contrapposizione sacro-profano, tempi sacri-tempi profani, spazi sacri-spazi profani, persone sacre (che sarebbero i preti e le suore) e persone profane (che saremmo noi laici e laiche), come elementi contrapposti. Con il Concilio Vaticano II questa contrapposizione divisiva tra sacro e profano é finalmente di nuovo superata e attorno all'autocoscienza dell'essere popolo sacerdotale si giocano scenari nuovi. E' interessante che in tutti i documenti del Vaticano II, con un paio di eccezioni sole, il termine sacerdote non é più utilizzato solo per i presbiteri. Allora, questo elemento é l'elemento da cui io vorrei radicalmente ripartire. Non abbiamo più una classe sacerdotale cui é deputata la gestione di un sacro, di cui i laici sono fruitori passivi, non abbiamo più un' orda sacerdotale pensato come intermediario tra Dio e il popolo. Ma tutti noi siamo un popolo sacerdotale all'interno del quale alcuni esercitano un ministero particolare, per imposizione delle mani in favore della comunità cristiana. L'ultimo passaggio, l'ultima parola chiave è "Chiesa tutta ministeriale". Come dice Apostolicam Actuositatem, che é il documento sull'apostolato dei laici "Unica é la missione della chiesa, tutti ne sono partecipi, secondo una diversità di vie e di ministeri". Altro é la vita e l'azione laicale, altro é le molte vie in cui siamo laici, altro é il ministero ordinato ma unica é la missione.
In questa nuova prospettiva, in questo nuovo scenario di chiesa e di interpretazione dell' evento ecclesiale, che la Lumen Gentium ci consegna con delle prospettive e dei tratti di novità, anche il ministero ordinato (cioè dei vescovi, dei preti e dei diaconi) viene ripensato in una forma nuova. E abbiamo anche qui un passaggio forte. Il primo elemento indirettamente l'ho già detto, il ministero ordinato, il ministero del prete, di cui questa sera stiamo parlando, non viene più interpretato primariamente nella linea sacrale, di un sacerdozio e di un culto che viene deputato ai soli presbiteri rispetto a dei laici meri fruitori. Anzi la prospettiva é ancora più profondamente e radicalmente nuova perché si comincia a parlare del ministero del vescovo, del prete e del diacono nel terzo capitolo della Lumen Gentium. Il primo capitolo é dedicato alla Chiesa del mistero di Dio, del progetto di Dio, il suo ruolo e la sua missione salvifica. Il secondo capitolo é dedicato a tutto ciò che c'é di comune a tutti i cristiani. Il terzo capitolo al ministero ordinato e il quarto capitolo ai laici. Già questa collocazione ci dice che non possiamo parlare di preti, di ministri ordinati, se non all'interno di una visione che é quella dell'insieme del popolo di Dio. Popolo tutto sacerdotale, popolo tutto ministeriale, popolo a cui é affidato una missione nella storia da vivere nella comunione, grazie al fatto che tutti sono effettivamente e realmente soggetti. Il ministero ordinato viene letto in questa prospettiva. Il legame portante nell'interpretare la vita del prete non é più esclusivamente il legame tra il singolo prete e il Cristo, come é avvenuto nella storia della teologia per tutto il secondo millennio. Il legame portante per poter comprendere lo specifico del presbitero, del prete, del vescovo e del diacono, é il legame con la chiesa e l'inserimento all'interno di questa missione diversificata che é propria di tutto il corpo ecclesiale. In particolare il legame portante con la chiesa locale, con il vescovo. C'é una visione collegiale del ministero, comunionale nel senso ultimo, e soprattutto si collega il ministero del vescovo, del prete, del diacono non più immediatamente, direttamente, esclusivamente, alle funzioni sacerdotali e sacramentali ma all'annuncio della parola di Dio, come elemento di fondo. Allora l'elemento interpretativo determinante per pensare il ministero, non é più il rapporto tra il singolo prete e Cristo ma l'insieme di tutti i ministri ordinati in relazione alla chiesa. E si recuperano, finalmente, alcuni elementi d'interpretazione del ministero ordinato che erano presenti nel nuovo testamento. In particolare la ragione ultima del perché esistono i preti. 2. Il ministero presbiterale nella prospettiva del ConcilioDa qui vorrei partire per affrontare l'idea e la forma, la configurazione di un prete che vive in una chiesa sinodale, cogliendo lo specifico che egli porta. Noi diamo per scontato che esistano i ministri ordinati. Ma dobbiamo porci la domanda sul perché esistano i vescovi, i diaconi, in particolare i preti, qual é la ragione storica ma anche la ragione teologica ultima dell'esistenza dei preti nella comunità cristiana e per la comunità cristiana. Il Nuovo Testamento ci dà una risposta, ce la dà nel capitolo 20 degli atti degli apostoli, e ce la dà nelle lettere pastorali, in particolare nella prima e nella seconda lettera a Timoteo e a Tito. E quando noi andiamo a sfogliare questi testi ci accorgiamo che ci indicano che c'é un compito specifico, una ragione specifica perché esistano alcune persone che chiamiamo oggi ministri ordinati, che sono tali per l'imposizione delle mani e per un sacramento per noi particolare. Questo specifico é dato dal fatto che i ministri ordinati, responsabili nella comunità, devono garantire alla comunità cristiana una realtà che le é essenziale: la radicazione nella fede apostolica. I ministri ordinati devono custodire il "deposito della chiesa". Dunque, per il Nuovo testamento, per il Vaticano II, tutti noi (uomini e donne, laici, laiche e ministri ordinati) dobbiamo annunciare la parola di Dio – perché la chiesa vive di questo principio dell'annuncio – ma il modo in cui lo fanno i ministri ordinati ed i laici é differente. I preti, i vescovi devono garantire che l'annuncio della fede sia effettivamente l'annuncio della fede apostolica, quella che si radica nell'esperienza degli apostoli, che si radica nell'annuncio che Gesù ha dato del Regno di Dio, che si radica nell'esperienza propria appunto fondativa della fede apostolica. Mentre noi laici e laiche, ci dice il Concilio, siamo chiamati a dare in questo annuncio un altro elemento, un altro tratto che é quello dell'inculturazione della fede, dell'annuncio della fede, della parola di Dio con categorie, linguaggi, dinamiche che sono quelle proprie della cultura e della storia, del contesto nel quale ciascuno di noi si trova a vivere. Tutti siamo soggetti di annuncio ma, i ministri ordinati , secondo il Nuovo Testamento, devono garantirci qualche cosa di essenziale: che l'annuncio della fede che noi diamo sia effettivamente quello degli apostoli, sia radicato nella fede apostolica. Devono custodire il deposito della fede vuol dire esattamente questo. Ciò non vuol dire ripeterlo in maniera identica ma radicarlo in questo elemento essenziale, affinché la chiesa sia effettivamente la chiesa di Gesù. Se la chiesa vive dell'annuncio, per essere chiesa di Gesù deve effettivamente l'annuncio della fede apostolica essere mantenuta attraverso il tempo.
Allora, non troviamo mai nel Nuovo Testamento che lo specifico, la ragione ultima dell'esistenza dei preti sia la presidenza dei momenti celebrativi, dell'eucaristia, della frazione del pane. Non lo troviamo indicato neanche una volta. Allora come e perché i preti, i vescovi, i presbiteri presiedono l'eucaristia? La presiedono perché presiedono la comunità cristiana, presiedono la comunità cristiana perché le garantiscono l'essenziale (la radicazione della fede nella fede apostolica). Nella chiesa antica é stato sempre così, può presiedere l'eucaristia chi presiede una comunità, presiede una comunità chi le garantisce l'essenziale, l'apostolicità dell'annuncio, la radicazione apostolica dell'annuncio. Tutti siamo soggetti che costituiscono, costruiscono, co-istituiscono insieme la realtà ecclesiale ma abbiamo bisogno, perché la chiesa sia veramente la chiesa di Gesù, che alcuni, per dono dello Spirito Santo, ci garantiscano l'apostolicità del nostro annuncio, che ci riportino a questo essenziale permanentemente. Chi fa questo, presiede una comunità cristiana perché le garantisce la sua identità, il suo volto, la sua realtà intorno all'essenziale: la professione della fede. Chi fà questo presiede il momento celebrativo, in particolare l'eucaristia, la vita sacramentale. Normalmente noi, invece, pensiamo il presbitero immediatamente in relazione alla presidenza sacramentale, liturgica, eucaristica, anzi per secoli abbiamo utilizzato il linguaggio assolutamente sacerdotale, per il quale abbiamo detto che "celebra la messa il sacerdote" e i fedeli assistono. Bene, questo linguaggio non é un linguaggio né neotestamentario, né sostenibile dopo il Vaticano II perché tutti noi siamo popolo sacerdotale, per il battesimo, la cresima, la prima celebrazione dell'eucaristia. Tutti noi siamo parte di un'assemblea celebrante, siamo un'assemblea celebrante con la presidenza, sotto la presidenza di un ministro ordinato. Tutti celebriamo, c'é uno che presiede. Ci presiede, presiede la nostra eucaristia, perché presiede la nostra comunità, presiede la nostra comunità perché la radica sull'essenziale. Allora, questo modo di guardare il ministero ordinato mi sembra essenziale per poter pensare quale prete è al servizio di una comunità, di una chiesa tutta sinodale. Il ministero ordinato, il ministero del prete, il suo servizio, deve essere pensato all’interno di questa rete di relazioni comunionali, che è quella della chiesa sinodale. Ha un ministero specifico che è legato al fatto, ed è garanzia del fatto, che tutte le nostre relazioni di comunione e di unità siano regali e significative perché fondate sull’essenziale: la professione di fede in Gesù, quella che gli apostoli, la fede apostolica, ci ha prestato. Il ministro ordinato, il prete, quindi non sta davanti alla chiesa sinodale, sta in una chiesa sinodale. La aiuta, la favorisce, favorisce le relazioni di comunione e quindi non esercita primariamente un compito sacerdotale. Esercita la funzione sacerdotale, ma la esercita perché presiede la comunità, presiede la comunità perché appunto le garantisce questa eredità. Questo ci aiuta per comprendere quale sia un secondo elemento di specificità del suo servizio: il prete – chiamato presbitero – deve garantire alla comunità cristiana la sua identità di soggetto collettivo, è a servizio dell’unità della comunità cristiana. Un punto intorno all’essenziale. Il suo ministero si dà in funzione della crescita del corpo ecclesiale, sapendo però che tutti i soggetti che fanno chiesa, tutti i battezzati/tutte le battezzate hanno un compito particolare e necessario per la costruzione di questo corpo ecclesiale. Questo già ci dice che il prete, il presbitero, non può pensare di sostituire e sostituirsi ai carismi ed ai ministeri degli altri componenti della comunità cristiana. Il suo ministero è un ministero di servizio all’unità, un ministero che tende alla sintesi dei diversi ministeri, ma non può pensarsi come sintesi di tutto né sostituire i soggetti che fanno chiesa, ognuno per la propria identità e particolarità. Se questa è la grande novità che il Concilio ci consegna, quindi, superare la logica sacerdotale, superare la logica sacrale, ritornare a pensare le dinamiche della chiesa sinodale nell’ascolto della Parola, nell’annuncio del Vangelo – che ci vede tutti protagonisti – e individuare lo specifico del prete in questo servizio all’apostolicità del Vangelo, all’unità della comunità e alla sua crescita e quindi alla Eucaristia, alla dimensione sacramentale. 3. Una difficile recezione…E’ vero anche che il post-concilio, questi 45 anni dalla conclusione del Concilio, sono segnati da alcune fatiche in questo senso. Da un lato sono segnati da un grande sviluppo di ministeri, di ministerialità di laici e laiche, che ci riconosciamo (anche qui questa sera) come soggetti attivi e significativi per la vita della comunità cristiana, per la sua missione nella storia del mondo dall’altra, però, anche dalla fatica che – i presbiteri da un lato e anche di noi laici – abbiamo sperimentato intorno alla figura dell’essere prete. Segnalo alcune difficoltà e alcune resistenze, perché su queste, se vogliamo vivere come chiesa sinodale, molto si gioca e quindi la nostra vigilanza deve esercitarsi. Primo elemento è che si è tornati, in maniera molto forte, a una fondazione cristologia e ontologica del singolo prete in rapporto a Cristo. Una forte sottolineatura di una spiritualità che lega il singolo prete, nella sua vicenda interiore, a Cristo e solo come atto secondo alla comunità cristiana. E’ sempre più diffusa l’idea che i presbiteri sono posti di fronte alla chiesa, come prolungamento visibile di Cristo nel suo stare davanti alla chiesa e al mondo. In questo senso, si sta accentuando, si sta ritornando, a mio parere, dopo il Concilio Vaticano II, sempre di più a pensare il prete davanti alla comunità e molto meno inserito in questa rete relazionale così forte. Così pure, lo dico in maniera molto critica, ma penso sia necessario parlare molto chiaramente di questo, si sta ritornando ad un linguaggio sacerdotale. Quest’anno è stato convocato l’anno sacerdotale, benemerito perché c’è bisogno di parlare del ministero del prete, si è utilizzata la parola sacerdote. Ma non nel senso né del Nuovo Testamento e neanche del Vaticano II. Si è ritornati ad usare un linguaggio datato pre-concilio. Dobbiamo essere consapevoli di questo: noi abbiamo innanzitutto un sacerdozio battesimale e qualsiasi sacerdozio ministeriale è un ministero per la vita della comunità cristiana nella rete delle relazioni di comunione che fanno la comunità. Sempre di più si sta insistendo sulla differenza che sussiste tra ministro ordinato e laici/laiche ma il punto di partenza deve essere la differenza, la distinzione, la sacralità degli uni a fronte degli altri? O il Vaticano II e soprattutto il Nuovo Testamento ci chiede di pensare diversamente? Su questo penso che dobbiamo esercitare la nostra vigilanza. Già a livello di linguaggio, quando noi parliamo dei ministri ordinati del secondo grado, dovremmo evitare di chiamarli sacerdoti, perché non li aiutiamo a comprendere il loro specifico, che è quello di essere presbiteri, “anziani” come dice appunto il capitolo 20 degli atti degli apostoli, che esercitano anche una funzione sacerdotale, insieme a quella profetica e quella regale. Usare il termine prete, presbitero, è più corretto dal punto di vista dell’affermazione dell’identità e della vita insieme. Secondo elemento, è importante aiutare i presbiteri a pensare se stessi, non nella logica del ritorno al sacro, ma in questa dimensione per la quale chiediamo loro di aiutarci a radicare il nostro annuncio – che ci vede tutti protagonisti e responsabili – in quello che è il fondamento della fede apostolica. Perché solo loro possono aiutarci e garantirci questo evento. Se dovessi dare una definizione io direi che il prete è l’uomo del consenso, in senso letterale. I preti, i presbiteri non sono in una chiesa sinodale gli uomini dell’assenso, quelli a cui dobbiamo sempre assentire o quelli che chiedono a noi, laici e laiche, sempre l’assenso a ciò che affermano, perché le dinamiche comunicative sono multi direzionali. Sono gli uomini del consenso, cioè quelli che ci aiutano a pervenire tutti insieme ad un consenso nella fede. Tutti siamo dotati del sensus fidei (senso della fede – attività di tutti i fedeli duplice nel compito di meditare e trasmettere la Parola di Dio), di una parola necessaria per l’edificazione di chiesa. Il loro specifico servizio è aiutare e far sì che le molteplici voci presenti nella comunità cristiana, sulla base dell’unica fede apostolica, possano raggiungere un consenso cioè la capacità di dire insieme l’esperienza della fede, come “noi” ecclesiale, come “corpo ecclesiale”. Una delle funzioni che dobbiamo chiedere ai nostri preti, ai nostri presbiteri, è che favoriscano il più possibile dinamiche comunicative multi direzionali e che orientino il cammino della nostra comunità alla comunione attraverso dinamiche di comunicazione della fede e di discernimento della nostra fede, della fede comune, intorno all’essenziale. 4. La sfida della corresponsabilità preti - laici/laicheL’altra parola necessaria per parlare di una chiesa sinodale, è quella della corresponsabilità di laici e preti, uso questa parola in senso etimologico. Corresponsabilità vuol dire capacità di rispondere insieme ai bisogni della storia, del territorio, dell’annuncio della fede. Siamo corresponsabili insieme con i presbiteri. Non siamo collaboratori. Siamo corresponsabili in nome dell’unica radicazione battesimale, unica responsabilità di chiesa che tutti ci lega. Non siamo collaboratori perché, come laici e laiche, non abbiamo bisogno di delega per annunciare il vangelo nella nostra vita quotidiana, non abbiamo bisogno di delega per essere parte del popolo sacerdotale, lo siamo già per il dono di Cristo nel battesimo e lo siamo per la responsabilità che con il battesimo abbiamo assunto. Siamo corresponsabili della crescita della realtà ecclesiale, ripeto, seppure in forma differenziata. Noi abbiamo un compito di annuncio nella storia e di interpretazione del Vangelo nella storia, a partire dai linguaggi del quotidiano che sono i nostri propri di laici e laiche. I ministri ordinati, in particolare i preti, hanno la responsabilità di garantire a questo annuncio il suo carattere di apostolicità. Perché ci sia corresponsabilità oggi, concretamente nella realtà di chiesa, perché la chiesa sia sinodale, non solo come coscienza, ma come esperienza di sinodalità concreta, ci sono alcune pre-condizioni che metterei sul piano della coscienza di laici e preti e sul piano della realizzazione concreta. Faccio un esempio, perché su questo la nostra sfida si gioca. La prima pre-condizione sul piano dell’autocoscienza è che i preti, ma anche i laici e le laiche, devono sapere di essere relativi. Dobbiamo ritornare a considerare la relatività della nostra identità. Il prete non è il tutto della comunità. I laici e le laiche non sono il tutto della comunità. L’annuncio della fede oggi, ha bisogno di entrambe le sottolineature, la capacità di “dire” il vangelo nei linguaggi dell’oggi, attraverso processi di divenire, e la necessità assoluta di radicarci sull’apostolicità della chiesa. Dire che siamo relativi vuol dire scoprire che siamo correlativi gli uni agli altri nell’esercizio della nostra missione e quindi riconoscere la soggettualità propria e specifica di tutti. Vogliamo chiedere ai nostri presbiteri di riconoscere e di promuovere la nostra specificità di laici, soggetti di annuncio della Parola e di costruzione di chiesa, una chiesa sinodale. La seconda pre-condizione è quella del partecipare. Dietro la parola partecipare ci sono in realtà due significati. Partecipare vuol dire “essere parte” e “prendere parte”. Si può prendere parte intanto in quanto si è parte di un corpo sociale, ma viceversa più prendi parte più avverti che costruisci il tuo essere parte di una comunità. Nella chiesa oggi laici e laiche vengono riconosciuti come soggetti che sono parte della realtà ecclesiale, i documenti ce lo dicono continuamente, quello che manca è il passaggio reale, forte e avvertito al prendere parte attivamente. Perché? Perché a livello strutturale non sempre abbiamo spazi, possibilità, occasioni, che ci permettono di prendere parte ai processi di interpretazione della fede, di discernimento della comunità, di attuazione responsabile di quello che insieme si è deciso, e così via. Il passaggio dall’essere parte al prendere parte, attualmente è un passaggio debole. Da un lato è debole perché noi laici non abbiamo la coscienza sufficiente della nostra responsabilità, dall’altra è debole perché a volte i presbiteri, i vescovi, assolvono in essi stessi tutte le funzioni di vita, tutte le parole, tutti i processi comunicativi, della comunità cristiana o buona parte di essi. Essere partecipi, nel senso di essere e di prendere parte, ci chiede di modificare il nostro stile di chiesa. Ci chiede delle nuove pre-condizioni strutturali, ci chiede di cambiare le forme di comunicazione. Non ci può essere forma sinodale di chiesa, cioè camminare insieme, se non cambiano le forme, le dinamiche di comunicazione nella vita di chiesa. Attualmente abbiamo ancora la configurazione della comunicazione della chiesa che va sempre dal prete verso i laici, dall’adulto verso il bambino. Sono pochi i momenti e le occasioni nei quali la dinamica comunicativa è effettivamente sinodale, cioè multidirezionale, in cui ciascun polo della rete – riconosciuto come parte costitutiva della realtà ecclesiale per il battesimo – è posto nella condizione di poter offrire la propria parola, in questa dinamica multidirezionale, per la crescita di vita di chiesa. Non potremo pensare ai preti, in una chiesa sinodale, se non attiviamo dinamiche sinodali, a partire da un rinnovamento delle dinamiche comunicative che siano efficaci e partecipative. Perché questo avvenga penso che siano tre le parole chiave, che ci vengono dall’esperienza delle donne. Il pensiero delle donne ha riflettuto in particolare su tre fattori che permettono una partecipazione rinnovata. Viene pensato per le donne, ma io direi lo possiamo dire per i laici e le laiche nella chiesa in relazione ai presbiteri. Le parole sono empowerment, entitlement e mainstreaming. Spiego che cosa vogliono dire, sono parole chiave nel pensiero femminista, ma le recuperiamo nel nostro contesto. L’ entitlement vuol dire riconoscere che si ha diritto di parola, in questo caso, nella chiesa. Per riconoscere di aver diritto non è sufficiente che io sappia di avere questo diritto e desideri esercitarlo, è necessario che i soggetti che sono in gioco nella dinamica comunicativa si riconoscano reciprocamente il diritto e, direi, il dovere di parola. Nella chiesa se vogliamo modificare ed essere una chiesa sinodale, preti e laici insieme con una reale corresponsabilità possiamo lavorare di più sui processi di riconoscimento della soggettualità reciproca, gli uni agli altri. Secondo passaggio (empowerment), è quello di riconoscere che abbiamo un potere di parola ed una possibilità di parola che possiamo giocare e spendere nella libertà e nella responsabilità per il bene di chiesa. Il terzo passaggio (mainstreaming) è quello di un’acquisizione di una nuova mentalità comune che ci aiuti in questo processo trasformativo. Che si discuta, come questa sera, di questi temi! E’ importante per i presbiteri stessi che siano i laici e le laiche a dire che preti devono essere, che preti possono essere, per il bene della comunità cristiana, perché veniamo da 1500 anni in cui la teologia è stata fatta unicamente dal clero ed il pensiero su “chi” debba essere il ministro ordinato nella comunità e per la comunità è stato formulato solo all’interno del corpo ministeriale, presbiterale, dei sacerdoti. E’ una chiesa sinodale, una chiesa nella quale preti accettano e accolgono, stimolano le loro comunità cristiane ponendo la domanda: ”Ma che prete desiderate? Che prete volete che io sia?” In modo tale che questo sia poi confrontato con la radicazione apostolica della chiesa e si discuta e ci si confronti su questo punto. UNA IPOTESI DI LAVOROPer concludere, vi formulo un’ipotesi di lavoro. Mi sembra che sia giunto il tempo di formarci insieme, laici e ministri ordinati, per il bene di chiesa, e che si abbia tutto il tempo di sperimentare delle forme nuove di corresponsabilità in una chiesa sinodale, in particolare quelli che si chiamano team pastorali , cioè gruppi ministeriali di lavoro, composti dai ministri ordinati, diaconi, preti e laici e laiche che, alcuni a tempo pieno altri a tempo parziale possano più direttamente condividere la responsabilità pastorale. Questo, a mio parere può creare degli scenari nuovi, perché permette di superare quella impostazione, che noi oggi abbiamo, che riduce l’autorità al solo prete, che porta un’identificazione della parrocchia con il parroco, con il singolo ministro ordinato. Soprattutto mostrerebbe, sul piano simbolico di un gruppo che condivide la responsabilità della parrocchia, il valore delle diverse vocazioni, dei diversi ministeri e delle diverse sensibilità, di uomini e donne, anche nella vita di chiesa, e anche una valorizzazione maggiore del grande ministero dimenticato, che è quello della coppia. La coppia sposata nel Signore, col sacramento del matrimonio ha una ministerialità costitutiva quanto quella dei ministri ordinati nella comunità cristiana, perché entrambi si fondano sul sacramento. Allora dei team di lavoro, di equipe, in cui le diverse ministerialità di laici e laiche, sposati e celibi, preti, diaconi possano essere giocate fino in fondo. Perché questo possa avvenire, sono necessari dei cambiamenti di mentalità, ma è necessario anche che riconosciamo che ci sono due aspetti in gioco. Non è in gioco solo l’operare insieme, laici e ministri ordinati in una chiesa sinodale, ma quello che è in gioco è il “convivere la fede insieme”. Noi siamo chiamati a viverla e viverla insieme, con-vivere la fede tra ministri ordinati e laici. Questa è la radice della nostra realtà, siamo chiamati a dirla, esprimerla, conviverla gli uni con gli altri e non separatamente. Perché questo possa avvenire è necessario però un coraggio radicale, perché c’è un cambiamento nella realtà di chiesa che il concilio a livello teorico e di orientamento di fondo ci ha consegnato ma che ancora non fa parte, se non raramente, della nostra vita ecclesiale. Vorrei concludere con le parole di un teologo francese Sesbolié che quattro anni fa, nel suo testo sulle nuove forme ministeriali nella chiesa, scriveva così:
”Che lo si voglia o no la Chiesa Cattolica si trova di fronte a delle decisioni importanti (in particolare legate ad un numero più ridotto di presbiteri che sono presenti nelle nostre comunità). Queste decisioni risultano oggi come imbrigliate nel dilemma tra la pazienza e l’urgenza. La pazienza e la serenità sono necessarie: sarebbe annoso assumerle sotto la spinta dell’emozione in un clima di pressione, senza aver ponderato attentamente la posta in gioco riguardo all’avvenire della chiesa. Si tratta di pensare ai tempi richiesti per la transizione e per sperimentazioni … ma un eccesso di prudenza rischia di essere la peggiore delle imprudenze. Un’assenza di decisioni rischia di essere la peggiore delle decisioni”.
Intorno alla recezione del ministero ordinato, secondo la visione del Vaticano II in una chiesa sinodale, si gioca, a mio parere, molto del futuro della realtà di chiesa, tanto è vero che sull’interpretazione del ministero tra prete e sacerdote, si gioca molto del dibattito che oggi segna la teologia e segna anche la nostra vita pastorale.
testo non rivisto dall’autore
SERENA Noceti
È nata nel 1966 a Firenze, dove vive e lavora. Ha conseguito il dottorato in teologia con una tesi sulla teologia della chiesa locale nel post-concilio. E’ docente di teologia presso diverse Facoltà e Istituti teologici dell'Italia centrale. Lavora, come responsabile della catechesi degli adulti, presso l’Ufficio Catechistico della diocesi di Firenze. Fa parte dal 2003 del Consiglio di Presidenza dell’Associazione Teologica Italiana ed ha partecipato ad incarichi internazionali. intervento di Daniele GarotaIntendo partire da un auspicio presente nella lettera d'invito che mi ha mandato Gianni, quello di "una Chiesa che dovrebbe ritrovare la sua identità sinodale". Non è facile dire in mezzora qualcosa al riguardo, ma credo sia sufficiente per formulare delle provocazioni e porre delle domande che possano essere accolte per una discussione comune, diciamo pure "sinodale", tra noi e tra voi incontrandovi più avanti. Alcuni fattori, esplosi negli ultimi anni, hanno determinato una crisi non da poco nella cristianità che (Kierkegaard mi pare) chiamava "stabilita", una cristianità cioè, in cui non c'era bisogno di partecipazione e di scelta poiché di essa tutti si faceva naturalmente parte nascendo in territori e nazioni modellate da una istituzione cristiana: difficile non battezzare figli e non fare funerali in chiesa in un paese permeato dal cattolicesimo in tutte le sue strutture. Tutti si andava a messa, gli oratori erano pieni, il prete era come un faro per l'orientamento di tutti, e c'era persino un partito cattolico che rassicurava i cittadini di fronte ai nemici della fede. Poi le cose sono cambiate, la società si è secolarizzata, il progresso ha radicalmente trasformato i nostri stili di vita, i giovani non vanno più in chiesa, i preti diventano sempre più rari e nei mezzi di comunicazione Dio non c'entra più nulla. Insomma, la gente comincia a vivere bene anche senza Dio, senza prete e senza Chiesa. E allora i credenti si allarmano e dicono: dove andremo di questo passo? La crisi è evidente, inutile nasconderla, ma è forse salutare per farci aprire gli occhi su un cristianesimo che, vivendo di rendita per troppo tempo, era diventato soltanto una religione civile, ben organizzata e potente certo, molto radicata nella filosofia greca e nel diritto romano, ma lontanissimo da quella fede testimoniata dal Cristo, che era invece del tutto radicata nella tradizione ebraica da cui proveniva. Può dunque essere davvero salutare per la vita di fede, una Chiesa che torni a essere di minoranza, piccolo gregge, lievito nella pasta del mondo, abbandonando quelle vesti di potenza e ricchezza che la rendono troppo lontana dal suo Signore. E bisogna anche dire che nella modernità secolarizzata con tutti i suoi nodi, sono ravvisabili più di quanto immaginiamo istanze e aspirazioni provenienti dalla speranza ebraico cristiana. La potenza tecnico scientifica e le domande più radicali del nostro mondo secolarizzato, conseguono in qualche modo dalla domanda di redenzione che ci proviene dal messaggio biblico. Il Concilio Vaticano II, da ormai mezzo secolo, ci aveva messo in guardia rispetto a certe derive, richiamandoci all'essenzialità del messaggio cristiano, al rispetto dei fratelli ebrei, all'apertura al mondo moderno con le sue inquietudini e angosce, alla partecipazione diretta di tutti alla vita della Chiesa, alla liturgia, alla lettura e alla conoscenza della parola di Dio. Dal Concilio si affacciava una Chiesa bisognosa di un popolo credente adulto e responsabile. Dopo 50 anni i risultati che vediamo sono poveri, deludenti, lo sappiamo, e tuttavia qualche seme è stato sparso e i suoi frutti li ha pure dati. È su questo che dobbiamo fare affidamento, senza vittimismi, senza pessimismi. Siamo chiamati a guardare il futuro, a guardare negli occhi i nostri bambini che ci chiedono chi è il Dio in cui crediamo, cosa ci ha promesso, in che cosa crede chi crede, il senso della vita e della fede. Senza illusioni né facili ottimismi, ma senza nemmeno arrenderci allo sconforto. Del resto, se qui a parlare di queste cose sono stati chiamati una giovane teologa donna come Serena e un cristiano comune come me, sposo e padre di famiglia che vive del lavoro delle sue mani, significa che qualcosa l'aria del Concilio ha fatto spuntare. Qui si tratta di riscoprire ciò che è indispensabile e prezioso e che da troppo tempo sembra scomparso dalle nostre comunità cristiane. La grande scossa data dal Concilio aveva di mira la riscoperta di ciò che è indispensabile alla fede fin dalle proprie origini, e quello stile di servizio che il Cristo stesso manifestò agli apostoli lavando loro i piedi, invitandoli a fare altrettanto nei confronti degli altri membri della Chiesa. Dunque la Chiesa perseguitata e pellegrina della prima ora, ritorna a essere per noi il modello di riferimento, non quella che, dopo Costantino, diventò Chiesa di stato potente e gerarchica nella quale i chierici diventarono dominatori anziché servitori delle loro comunità, al pari di tutti i dominatori di questo mondo, creando attorno al pontefice una corte analoga a tutte le altre con segreteria di stato e via dicendo. Chiesa sinodale è Chiesa che subordina i ruoli gerarchici al servizio del popolo di Dio e non viceversa, in modo che ogni laico venga chiamato non soltanto in situazioni di emergenza ma riservandogli uno spazio proporzionato alla preziosità del suo battesimo e alla dignità di figlio di Dio unico e irripetibile. Tutto ciò, naturalmente, senza nulla togliere al ruolo insostituibile che attiene al ministero di consacrati. In una recente indagine appare diffuso il desiderio dei preti di essere più ascoltati da una gerarchia che appare troppo spesso lontana e rinchiusa nei suoi palazzi, il desiderio di stare più a contatto con la gente nei luoghi della normalità e del quotidiano, di avere più tempo per pregare e per il loro specifico ruolo di sacerdoti. Il grande spettro è l'aridità, la solitudine, il non sapere più bene chi si è e qual è il proprio specifico ruolo in mezzo alla comunità.
La Lumen Gentium dice così: "Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo", un "popolo messianico" che "ha per capo Cristo", e come fine quel regno di Dio che egli stesso porterà a compimento "alla fine dei secoli", È all'interno di questa attesa, e proprio nel suo apparire "talora come un piccolo gregge", che questo popolo messianico costituisce "per tutta l'umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza", lo "strumento della redenzione di tutti", inviato a tutto il mondo "quale luce del mondo e sale della terra". "I battezzati vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di colui che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cfr IPt 2,4-10). Tutti quindi i discepoli di Cristo, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio, offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cfr Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e, a chi la richieda, rendano ragione della speranza che è in essi di una vita eterna (cfr IPt 3,15). Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l'uno all'altro, poiché l'uno e l'altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell'unico sacerdozio di Cristo... I fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all'offerta dell'Eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l'abnegazione e la carità operosa". E si fa pure cenno alla famiglia, nella quale nascono "i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo, diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno... Tutti i fedeli d'ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità, la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste" (II, 9-11). Documento che ci appare modernissimo, eppure si era nel 1964. Ma già Paolo su questo punto era molto attento, egli aveva profondamente a cuore la vita di ognuno e della comunità. Cristianesimo è attenzione all'uomo e alla sua salvezza, se c'è un compito è quello di servire Dio e la sua comunità, servire l'umanità tutta. Perciò diceva: "Desiderate intensamente i doni dello Spirito, soprattutto la profezia". Perché soprattutto la profezia? Perché chi profetizza "parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto", perché "chi profetizza edifica l'assemblea". E se vanno desiderati in abbondanza i doni dello Spirito è soprattutto "per l'edificazione della comunità" (ICor 14,1-4.12). "Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo... Che è il capo... Da lui tutto il corpo, ben compaginato e connesso, con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, cresce in modo da edificare se stesso nella carità" (Ef 4,11-12.15-16). "Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede" (Rm 12,3-6).
Negli Atti è detto che i credenti in Cristo si chiamarono "cristiani", cioè "messianici" (come sarebbe importante riscoprire questo carattere messianico del popolo di Dio e che la Lumen Gentium ha evidenziato come abbiamo visto) ad Antiochia e già diversi anni dopo la morte di Cristo. Prima, durante i giorni in cui Paolo era ancora un persecutore, essi si chiamavano piuttosto "Gli appartenenti a questa odòs, a questa Via" (At 9,2). È interessante notare come nella traduzione precedente si dicesse "seguaci della dottrina di Cristo", mentre ora si traduce "appartenenti alla Via", appartenenti cioè a Cristo che disse di essere anche Via oltre che verità e vita, cioè appartenenti a tutto ciò che Cristo ha vissuto, detto e testimoniato. Dottrina cristiana non è catechismo teorico, astratto o dogmatico, ma stile di vita, cammino sulla via che Cristo ha non solo indicato ma vi ha camminato per primo. Cristo non è sacerdote perché esperto in sacrifici e riti sacri, ma perché rende presente il Padre con la sua parola, col suo farsi prossimo di tutti avendo compassione di tutti, mettendosi al servizio dell'umanità intera fino a dare la vita. Egli non è sacerdote che sacrifica agnelli, ma Agnello che viene sacrificato per la nostra vita. È "nella sua morte" che siamo stati battezzati (Rm 6,3), ed è cosi che ci ha resi tutti sacerdoti a sua immagine attraverso il battesimo e nel momento in cui dedichiamo a lui la vita. Tutti siamo chiamati a essere luce del mondo e sale della terra. Tutti siamo chiamati a essere profeti per annunciare al mondo, con le parole e con la vita, la verità che viene da Dio e non dal mondo. Essere profeti è prima di tutto essere credenti credibili, seri non seriosi, fermi non rigidi e severi. Persone che testimoniano con le parole e con l'esempio che il mondo non è tutto e che le logiche del mondo non sono quelle di Dio. Se odòs significa via e sin significa insieme, Chiesa sinodale altro non è che comunità di credenti che insieme camminano sulle orme del Cristo annunciando il suo vangelo, la sua buona notizia. Non si è cristiani, non si è messianici, senza avere a cuore le promesse messianiche fatte dal Cristo, senza attendere tali promesse, senza raccontarle, annunciarle al mondo intero. E qui ci sta tutto il carattere profetico dell'identità cristiana, un carattere certamente distinto da quello regale e sacerdotale. Nella profezia possono entrare tutti. Se solo il sacerdote può consacrare e amministrare il corpo e il sangue del Signore – come ha mirabilmente e autenticamente testimoniato uno come Francesco d'Assisi, che mai si è sentito degno di essere sacerdote, tanto ne aveva venerazione – l'annuncio e la testimonianza appartengono a tutti coloro che ne ricevono il dono.
Noi sappiamo come nella Chiesa primitiva fosse forte il dono della profezia, vorrei qui riassumervi uno spaccato della vita di quei giorni in cui lo Spirito soffiava forte e i testimoni erano in grado di convertire ovunque con la potenza della parola e della testimonianza. Nel suo incessante cammino di evangelizzatore, Paolo si trovava a Troade da una settimana e prima di ripartire riunisce la comunità per "spezzare il pane". Non c'erano ancora chiese e basiliche, ci si riuniva nelle case così, semplicemente, e spesso perseguitati. Dovendo partire il giorno dopo, Paolo prolungò il discorso fino a mezzanotte, e un ragazzo che ascoltava seduto alla finestra, mentre Paolo "continuava a conversare senza sosta, fu preso da un sonno profondo; sopraffatto dal sonno, cadde giù dal terzo piano e venne raccolto morto". Possiamo immaginare il dramma, ma ecco che Paolo scende giù si getta sul ragazzo lo abbraccia e dice: "Non vi turbate, è vivo". E il ragazzo riprende a vivere. Poi risale, spezza il pane, e dopo avere parlato ancora molto fino all'alba, riparte. Ecco, si comprendono qui almeno due cose: quando Paolo parlava c'era anche chi si addormentava, Paolo era come ognuno di noi e così i membri della comunità erano come tutti noi. Ma non erano solo quello, in quelle persone c'era un fuoco che appassionava e la fede era a tal punto presa sul serio che nemmeno un dramma mortale improvviso o un miracolo, riuscivano a distoglierli dalla partecipazione liturgica. Per tutta la notte Paolo continuò a celebrare e a parlare con quella comunità. Poi Paolo sale su una nave diretto a Gerusalemme, ha una certa fretta, vuole essere lì per il giorno di Pentecoste. Giunti però a Mileto, manda a chiamare gli "anziani" della Chiesa di Efeso. Vuole incontrarli perché teme di fare una brutta fine a Gerusalemme e di non rivederli più. Egli non teme tribolazione e morte, a stargli a cuore è il condurre a termine la sua corsa e il servizio che gli è stato affidato dal Signore Gesù, "di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio". Poi si rivolge a loro in maniera del tutto commovente e umana. Sarebbe importante recuperare questa umanità oggi, questa preziosità del volto di cui ha parlato intensamente uno come Lèvinas, in una Chiesa in cui i rapporti sono spesso freddi e compassati, ufficiali, istituzionalizzati, privi d'ogni spontaneità e immediatezza. "E ora, ecco, io so che non vedrete più il mio volto, voi tutti tra i quali sono passato annunciando il Regno". Poi altra espressione preziosissima: "Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: 'Si è più beati nel dare che nel ricevere!'". Nei vangeli non appaiono queste parole di Gesù, Paolo le ha udite e memorizzate per vie tutte sue, e noi le conosciamo solo attraverso di lui. In quelle parole c'è il valore del servizio, della gratuità, del guadagnarsi il pane con le proprie mani, e su questo molti padri e madri di famiglia hanno molto da insegnare a certi prelati con mani troppo lisce e vita piuttosto protetta. Paolo lavorava invece non solo per le proprie necessità ma anche per quella dei suoi compagni più deboli e bisognosi. Ricevo ogni tanto una rivistina dei Piccoli Fratelli di Gesù, testimoni sparsi tra la gente in tutto il mondo, nascosti nelle attività più umili e dure, poveramente, come nascosto e umile era Gesù per la gran parte della sua vita a Nazaret. Sono esempi che possono aiutarci a riflettere. Ma c'è la scena di commiato che va letta per intero: "Dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, Io baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave". Certe volte le lacrime hanno una potenza di testimonianza di cui le parole, soprattutto quando suonano accademiche e astratte non hanno nemmeno l'idea. Gesù si esprimeva spesso con le lacrime, gli uomini di Chiesa oggi un po' meno. Ma continuiamo questo viaggio insieme a Paolo per riuscire a capire ancora le dinamiche della Chiesa, quando non c'erano ancora dogmi, cattedrali, paramenti sacri e dottrine, ma l'umile vita di testimoni infiammati dalla parola del Signore, e il dono della profezia poteva sorgere là dove meno ci si aspettava, a dare spinta efficace all'evangelizzazione del mondo. Nulla era scontato e tutto era semplice e immediato, aperto alla novità del momento. Giungono ad un certo punto "a Tiro, dove la nave doveva scaricare. Avendo trovato i discepoli, rimanemmo là una settimana, ed essi, per impulso dello Spirito, dicevano a Paolo di non salire a Gerusalemme. Ma, quando furono passati quei giorni, uscimmo e ci mettemmo in viaggio, accompagnati da tutti loro, con mogli e figli, fino all'uscita della città. Inginocchiati sulla spiaggia, pregammo, poi ci salutammo a vicenda; noi salimmo sulla nave ed essi tornarono alle loro case". Ci fanno molto bene queste scene di vita vissuta in cui ci sono anche mogli e figli insieme ai discepoli, di ritorno alle proprie case. Un sogno sarebbe poter vivere la fede in casa come in chiesa e in chiesa come in casa, percepire la mensa eucaristica non troppo lontana dalla tavola che vede riunite le famiglie a pranzo e cena e dal banchetto messianico promesso in cui tutti attendiamo di bere il vino nuovo del Regno col Signore. Poi ripartono ed eccoli giungere a Cesarea "Entrati nella casa di Filippo l'evangelista, che era uno dei Sette, restammo presso di lui. Egli aveva quattro figlie nubili, che avevano il dono della profezia. Eravamo qui da alcuni giorni, quando scese dalla Giudea un profeta di nome Àgabo. Egli venne da noi e, presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: 'Questo dice lo Spirito Santo: l'uomo al quale appartiene questa cintura, i Giudei a Gerusalemme lo legheranno così e lo consegneranno nelle mani dei pagani'. All'udire queste cose, noi e quelli del luogo pregavamo Paolo di non salire a Gerusalemme. Allora Paolo rispose: 'Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù'. E poiché non si lasciava persuadere, smettemmo di insistere dicendo: 'Sia fatta la volontà del Signore!'" (At 20,17-21,14). Qui il dono della profezia scaturisce da gente sconosciuta, da figure femminili cresciute respirando in casa lo Spirito di Dio. Noi sappiamo che il dono della profezia, che pure Paolo considerava il più prezioso, è presto scomparso dalle comunità cristiane: troppo libero, troppo pericoloso per la tenuta dell'ordine e del controllo. Ma cosa non daremmo oggi per udire qualcosa di immediato e profetico. Come non percepire una qualche nostalgia leggendo l'episodio raccontato nel Libro dei Numeri, in cui Giosuè scandalizzato dice a Mosè, riguardo ad alcuni che profetizzavano nell'accampamento senza permesso: "Mosè, mio Signore, impediscili!", come osano. "Ma Mosè gli disse: 'Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!'" (Nm 11, 27-29).
Dal Nuovo Testamento noi veniamo a sapere che ogni battezzato, in virtù della fede, viene reso partecipe del sacerdozio del Cristo, il quale, in confronto a Mosè "è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l'onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa. Ogni casa infatti viene costruita da qualcuno; ma colui che ha costruito tutto è Dio". E se Mosè fu servitore umile e grande della casa di Dio "per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi", ancora più degno è il Cristo che testimoniò "come figlio, posto sopra la sua casa. E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo" (Eb 3,3-6). Di questo ci si deve vantare, di essere pietre vive di una casa che è di Dio, e si è pietre vive nel momento in cui speranza e libertà ci fanno essere credenti di un unico popolo, di un'unica casa. E la speranza che abbiamo, può vivere amando profondamente Dio e la sua parola in piena libertà, poiché non si ama se non nella libertà, dirigendo il nostro cuore al Signore che aspettiamo, al Regno che deve venire, quel Regno in cui vivremo per sempre con Dio e coi fratelli e le sorelle che hanno popolato questo mondo fin dal principio della storia. Noi aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà. È questo che la Chiesa da sempre annuncia e chiama ognuno di noi ad annunciare ancora oggi, là dove ci troviamo a coloro che ci è dato di incontrare. Tutti, "in virtù del Battesimo e della Confermazione" abbiamo obbligo e diritto al tempo stesso, di impegnarci "affinché il messaggio divino della salvezza sia conosciuto e accolto da tutti gli uomini e su tutta la terra". Obbligo questo, "ancora più pressante nei casi in cui solo per mezzo loro gli uomini possono ascoltare il Vangelo e conoscere Cristo" (Catechismo della Chiesa Cattolica, 900). "In mancanza di ministri, anche i laici, pur senza essere lettori o accoliti, possono supplire alcuni dei loro uffici, cioè esercitare il ministero della Parola, presiedere alle preghiere liturgiche, amministrare il Battesimo e distribuire la sacra Comunione" (Codice di Diritto Canonico, 230,3). Non è poco, servono solo persone mature e responsabili, preparate naturalmente e, soprattutto, vescovi e sacerdoti disponibili alla collaborazione. La Chiesa, da parte sua, il suo spazio lo offre. Tommaso D'Aquino diceva che "istruire qualcuno per condurlo alla fede è il compito di ogni predicatore e anche di ogni credente" (Summa theologiae, III, 71, 4,ad 3). Anzi: l'azione evangelizzatrice ad opera dei laici, "acquista una certa nota specifica, e una particolare efficacia, dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni del secolo" (Lumen Gentium, 35).
Nella Lettera con cui ha indetto questo Anno Sacerdotale, Benedetto XVI vi ha espresso la motivazione: "promuovere l'impegno d'interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi" (Lettera per l'indizione dell'Anno Sacerdotale). E in un recente convegno a Roma ha ribadito quanto sia di fondamentale importanza, nel tempo in cui viviamo, "che la chiamata a partecipare all'unico Sacerdozio di Cristo nel Ministero ordinato fiorisca nel 'carisma della profezia'", e di come ci sia "grande bisogno di sacerdoti che parlino di Dio al mondo e che presentino a Dio il mondo; uomini non soggetti ad effimere mode culturali, ma capaci di vivere autenticamente quella libertà che solo la certezza dell'appartenenza a Dio è in grado di donare". Il clericalismo e certa devozione di maniera non hanno nulla a che spartire col Vangelo. Piuttosto irritano e allontanano la gente con le loro smancerie e la loro ipocrisia. Si testimonia più con un gesto o uno sguardo che con mille genuflessioni o preghiere più o meno ostentate. "Prenderò la Chiesa sul serio quando i suoi capi spirituali parleranno il linguaggio della gente e vivranno direttamente la vita povera e pericolosa che è quella della maggior parte delle persone", se non accadrà questo, "i cristiani vivranno e il cristianesimo morirà", diceva Albert Camus in una intervista che rilasciò nel 1948: In un recente commento, Padre Piero Gheddo racconta di come, molti anni fa, nel 1966, si trovò per la prima volta in Amazzonia a visitare il lebbrosario di Aleixo. "Mi accompagnava – dice – il mio confratello padre Mario Giudici, che era stato cappellano del lebbrosario e tornava dall'Italia dopo un'assenza di quattro anni. Era un uomo di grande umanità, dopo un po' che stavi con lui pensavi: 'Chissà com'è buono Dio, se ha fatto un uomo così buono come padre Mario!'. I lebbrosi gli si avvicinavano e volevano salutarlo, abbracciarlo, parlargli. Io me ne stavo un po' defilato ed entrando in un reparto di donne, vedo un'ammalata cieca con due moncherini al posto delle mani. Appena sente da lontano la voce di padre Mario, la riconosce, si mette a gridare un saluto e le viene istintivo di battere i moncherini perché non aveva più le mani. Piangeva e si è calmata solo quando sono andato a prendere Mario e l'ho portato da lei. Mi sono commosso anch'io nel vedere che per quella povera lebbrosa quel prete era forse l'unico che rappresentava in concreto la bontà di Dio. Tutti l'avevano abbandonata, i parenti non venivano a trovarla, ma quel prete era ancora lì a darle un abbraccio e la benedizione di Dio. Mi sono chiesto più volte: chissà se io prete, a tutti quelli che mi conoscono da vicino, do questa immagine forte e amorosa di Dio, che è un Padre pieno di amore e non ci abbandona mai?" (Da www.zenit.org del 12/03/2010).
Non si vede se un prete, ma anche un giudice o un muratore o un'infermiera, sono cristiani quando vanno in chiesa a messa, si vede invece quando il prete è in mezzo alla gente, quando il giudice svolge il suo mestiere nell'aula del tribunale, il muratore fa il muratore nel suo cantiere in mezzo agli altri e l'infermiera è in ospedale tra i suoi pazienti, o quando sono a casa con i confratelli, le loro spose, i loro mariti, i loro figli. Lì, nell'umiltà del quotidiano e lontano dai riflettori, si vede se sono cristiani.
DANIELE Garota
E’ molto stimato e ricercato tra quei credenti che non si accontentano di cose ovvie e scontate. Appassionato indagatore dei temi ultimi e decisivi della fede cristiana, ha già pubblicato diversi libri
domande dai gruppi?…ci sono i cristiani e poi si perde il cristianesimo. ?Noi abbiamo avuto una conferma che il sacerdote è stato Gesù Cristo e poi che il… questo ci è già stato detto dal nostro patriarca. Qualcuno ha notato che non si è parlato di Dio. Annarosa (Dese)Ci è piaciuta la diversità, ci siamo chiesti: se la strada è così chiara, segnata, corresponsabilità protagonismo.. perché siamo ancora qui a discutere dopo 50 anni? Il gruppo pastorale di cui parlava Serena può essere uno strumento per aiutarci a cambiare su questa strada insieme? Grazia (Campalto)Complimenti ai due relatori che ci sono sembrati davvero complementari. La reazione condivisa dopo l’intervento di Serena è che noi laici bisogna che ci formiamo sempre di più; nello stesso tempo ci sentiremo sempre frustrati perché non avremo mai la preparazione che hanno i preti. Ci rincuora sentire Daniele, perché la cosa si fa un po’ più equilibrata. Il prete, mi sembra di aver capito, ha il ruolo di custodire al fede apostolica, per cui non dobbiamo essere noi laici ad essere preoccupati, troppo, esasperati, da questo, perché ci pensa il prete. Il nostro compito è più di testimonianza di dove viviamo e nel sacramento che abbiamo deciso di vivere nel caso siamo persone sposate. Per cui forse la difficoltà è l’equilibrio tra essere cristiani formati, che conoscono la Bibbia e quindi capaci di dare ragione della propria speranza, però senza avere la preoccupazione di diventare tutti teologi perché per fortuna ce ne sono, essere più preoccupati della concretezza della vita, dalla testimonianza della vita quotidiana. Andrea (Sant’Andrea)La testimonianza nel quotidiano nelle due valenze: la difficoltà nel portare a testimonianza nel quotidiano. La fatica e anche la bellezza, la libertà di questo. Maurizio (Dese)E’ stato un incontro molto edificante, avete acceso un sacco di fuochi, in ognuno di noi ha tirato fuori qualcosa di diverso e di nuovo. Anche noi abbiamo riflettuto sulla testimonianza. Seguendo il discorso di Serena, mi chiedo cosa osta che le donne possano essere prete? E poi un’altra domanda: il prete è prete in funzione di sacramento, la coppia è famiglia in funzione di un sacramento, c’è spazio per i celibi non sposati e non preti in questa Chiesa? GrazianoLa prima riflessione è quella sulle parole finali di Daniele, sul fatto di essere cristiani nei posti di lavoro, per tutti è facile essere cristiani in chiesa ma nei posti di lavoro è molto difficile. Sentirci cristiani. perché siamo nati in Italia, veniamo da famiglie cristiane, il cristianesimo ci è stato imposto e siamo stati educati in questo modo: questo da un lato è una cosa buona, dall’altro, il fatto di vivere in un paese dove il cristianesimo era molto radicato forse non ci fa cercare la vera fede. Mauro (Portegrandi)Ci ha molto colpito il concetto di corresponsabilità tra presbiteri, tra preti e quindi viene superato il concetto di collaborazione. Anche il termine: non parlare di sacerdote ma parlare di più di prete o presbitero che è l’uomo del consenso, che ci invita appunto a pervenire al consenso della fede. Gianfranco (Campalto)In relazione all’intervento di Serena, una domanda sul ritorno al pre-concilio: è una sensazione, qualcosa che si percepisce, o un’indicazione, cioè qualcosa che è stato deciso, definito, ispirato dall’alto e diffuso? Relativamente al discorso della collaborazione, corresponsabilità: in base a quello che abbiamo vissuto in vicariato… qualche passettino l’abbiamo fatto in questo Penso che qualcosa del Concilio sia stato recepito. In riferimento a quanto detto da Daniele, che ha toccato più volte il tasto della libertà, ci chiedevamo quali potevano essere gli ostacoli verso questo concetto di libertà. Credo che sia utile l’indicazione di ascoltare, indipendentemente da chi parli, ma ascoltare perché c’è sempre qualcosa da imparare. Mariuccia (San Leopoldo)Grazie perché ha valorizzato il ruolo del sacerdozio comune, quindi laici soggetti attivi nella comunità. Ci ha stuzzicato, provocato, il fatto di essere comunità celebrante, cioè tutti insieme. Questo richiama quello che ha detto Daniele, cioè vivere l’Eucarestia nel quotidiano, dove mi trovo, nelle mie situazioni di vita, questo ci ha provocato integralmente. Poi pensiamo che sarebbe bello approfondire, ognuno con il proprio prete, il ruolo del prete in una comunità ministeriale. Gianni (Sant’Andrea)Abbiamo fatto riferimento a una lezione del nostro patriarca il 21/2 nel quale emergeva un aspetto non trattato del prete come pastore e servo. Abbiamo trovato, nella relazione di Serena, rispondenza a quello che il nostro patriarca sta tentando di fare nella nostra diocesi, cioè la comunità pastorale cha sta già avvenendo in alcune parrocchie. Entusiasmante quello che diceva Daniele, come si è perso il concetto della profezia nella comunità… Provo un po’ di tristezza che dopo 50 anni dobbiamo darci una nuova spinta, qualche passo l’abbiamo fatto, è vero, però siamo un po’ fermi, dobbiamo prendere un nuovo slancio. Giovanni (Annunziata)Gli elementi che abbiamo considerato sono stati il sacerdozio nel nostro campo privato, nella famiglia e nel lavoro, dove si pensa di realizzare la nostra fede e trasmetterla. Il problema che comporta difficoltà può essere quello del sacerdozio nella comunità, nella parrocchia in quanto sacerdozio vuol dire donazione e una persona che ha le sue attività… ha dei diritti limitati in questo campo. Nella nostra parrocchia abbiamo avuto una successione di preti che hanno dato ampio spazio ai laici, però i laici non hanno risposto dovutamente prendendosi dei ruoli che potevano competere loro, specie nella profezia, dove interpretare e trasmettere la parola il Vangelo diventa una cosa che si sente difficile. don Lionello (Tessera)Il concetto base è che – tutte cose verissime, già recepite per certi versi – stiamo maturando dall’immagine di Chiesa come popolo, come comunità. Come la corresponsabili, però i laici dicono che è più facile a lasciare che i preti rimangano punti di riferimenti… anche perché qualcuno dall’alto propone certe cose ed è meglio ascoltarlo… 1. Si è parlato di preti e non di parroci: io credo che, purtroppo, essere parroci significa essere inseriti in un territorio, in una struttura e questo prevede un modo di lavorare, un modo di essere che impedisce di essere sinodali. All’interno forse, ma non con le comunità vicine o come stiamo parlando adesso in vicariato. C’è un limite in questo in questo essere preti-parroci: si cresce con la mentalità che la Chiesa e il campanile sia bene e magari c’è difficoltà a comunicare, a incontrarsi con gli altri. 2. Il fatto della parrocchia: è vero che sono cambiati tanti concetti e anche l’essere cristiano, 40 anni fa e adesso è completamente diverso, la gente non è interessata a Cristo, il senso della fede…, però in una comunità si fanno le stesse cose che si facevano 50 anni prima del Concilio e ti obbligano a essere un prete che non può essere colui che armonizza i carismi, perché deve fare tutt’altre cose che non c’entrano con l’essere prete.. 3. Tento di chiedere alla mia comunità, che considero con molto rispetto: cosa volete dal prete? Cosa rispondono i nostri laici? Vogliono che noi siamo clerici e si ha l’impressione che i laici siano più clericali di noi preti. Viene fuori un’immagine dei laici che hanno un’idea di quello che deve fare il prete che è anti-conciliare. LuciaIl concetto di profezia: cosa si intende per profezia? Non siamo capaci di rendere ragione della speranza e di quello in cui si crede; qualcuno ci ha dato una risposta: “perché si è perso il messaggio d’amore, di accoglienza, di perdono e di comunione”, si sono perse delle cose per cui non riusciamo a testimoniare la fede che vorremmo testimoniare.
risposte di Serena NocetiLa prima cosa che vorrei dire è che mi piace molto questa dinamica sinodale che abbiamo vissuto questa sera per cui non c’è stata solo la nostra comunicazione uni-direzionale ma una dinamica pluri-direzionale.
La seconda cosa che mi sembra emersa dai vostri interventi, quello che mi sembra essenziale … intuito col Concilio: l’identità dei laici e dei ministri ordinati si dice, si esprime nella correlazione. Per secoli s’è detto chi è il laico: è quello che non è prete e non è religioso. Si è definita cioè l’identità del laico per negazione: non è questo non è quell’altro, mentre ora sappiamo, siamo in grado, sulla base battesimale, di affermare in positivo chi sono i laici, laico o laica. Per secoli si è anche detto (Bellarmino, 1550, uno dei grandi teologi dopo il Concilio di Trento): chi è il laico? È quello che non ha alcuna funzione nella Chiesa, vale a dire che ci sia o non ci sia… è uguale, perché chi parla è solo il ministro ordinato. Il dire l’identità nella reciprocità di laici - ministri ordinati mi sembra uno dei grandi punti di forza da cui ripartire anche nella recezione del Concilio. Mi sembra altrettanto importante dire che: ü è bene come laici e laiche aver riscoperto la nostra responsabilità di dare testimonianza e un annuncio nel mondo, nella storia, nelle relazioni familiari, nel luogo di lavoro… ü ma è anche vero che quello che oggi manca è la parola dei laici e della laiche come parola capace di interpretare il Vangelo nella vita e per la vita stessa di Chiesa. Perché il modo in cui io laica – e non sono prete – interpreto il Vangelo, annuncio gli elementi della fede all’interno della vita ecclesiale, per poter comprendere meglio il Vangelo, è un modo unico, differente rispetto a qualsiasi diacono, ministro ordinato, prete o vescovo che sia. Io donna non lo faccio nello stesso modo in cui lo fa un uomo. Allora a me sembra che la sinodalità sia una dinamica anche intra-ecclesiale nella quale la parola dei laici è troppo sottovalutata per l’oggi di Chiesa.
E’ vero che i laici chiedono a volte il prete come uomo del sacro. Penso che dobbiamo rettificare questa coscienza parziale ed erronea che si riferisce all’esperienza religiosa tout-court ma non al cristianesimo. Così pure gli altri nomi con cui definiamo il prete sono per esempio pastore: il pastore che esercita una funzione pastorale nei confronti di un gregge che non è passivo, in relazione all’unico Pastore che è Cristo. La parola sacerdote l’ho già detto… Troverete riferimento anche al fatto che si pensa al prete come persona cha agisce in nome di Cristo capo: bisogna essere attenti con questo genere di rappresentazioni o proposte perché rischiano di rendere parziale la dinamica interna laici-ministri ordinati che è costitutiva di Chiesa. Quindi, direi più l’uomo della comunità, l’uomo del consenso. [Certo, i nostri seminari non è che sempre formino dei gran preti capaci di relazioni comunionali (e dico la mia seconda cattiveria della serata).]
Perché siamo a questo punto? Perché i processi di recezione del Concilio sono processi lenti come per qualsiasi altro Concilio, chiedono tempo lungi di assimilazione Questo è sempre avvenuto dopo ogni Concilio, oggi lo avvertiamo con più fatica perché i cambiamenti sociali, culturali sono molto più rapidi dei cambiamenti che stiamo vivendo a livello ecclesiale; e perché percepiamo in maniera più diffusa rispetto al passato che c’è una possibilità che ancora non riusciamo a realizzare: è la delusione di un possibile che percepiamo e quindi, come tale, molto più positiva.
Qualcuno mi ha chiesto se questo ritorno al pre-concilio è voluto o no. Io direi che c’è un recezione del Concilio che è aperta, è un cantiere aperto significativo, siamo qui questa sera, io mi occupo di formazione dei preti, faccio corsi di aggiramento per i preti, fino al Concilio Vaticano II questo sarebbe stato assolutamente impossibile: noi facciamo i teologi di professione, come laici e laiche, fino al 1965 le donne non potevano studiare teologia. Il Concilio ha cambiato in maniera sostanziale, pensato al compito della catechesi, il riconoscimento dell’educazione alla fede che tutti noi viviamo, la ministerialità della coppia, posso continuare ad esprimere molte cose. Certo, c’è anche un’ermeneutica, un processo interpretativo di documenti che può sottolineare certi aspetti o sottolinearne altri: sta a noi anche vigilare a aiutare il percorso di interpretazione e di recezione attiva del concilio. Il cambiamento è lento perché la parrocchia post-tridentina, dopo il Concilio di Trento da cui proveniamo, era una parrocchia, uno stile di Chiesa fatto non per affrontare i cambiamenti, era fatto per mantenere la cura animarum, e un contesto sociale che non era il cambiamento, era per gestire l’esistente, è pensata in questa forma. Nel momento in cui invece l’ecclesiologia del Vaticano II sottolinea la dimensione della storicità, della trasformazione, del cambiamento… dopo il concilio noi non abbiamo avuto degli strumenti per la riforma di Chiesa all’interno di questa dinamica. Non sono state previste delle forme di trasformazione della vita ecclesiale in senso operativo, pratico, di forme partecipative, che ci aiutassero da attuare concretamente Lumen Gentium II, il popolo messianico e tutto quello che abbiamo detto. La riforma è stata una riforma liturgica, e questa è stata per noi ed è essenziale, c’è stata la riforma della curia romana, la riforma del principio d’austerità e la riforma del sinodo dei vescovi. Manca ancora – dico ancora perché siamo su questa strada – un percorso di acquisizione di una coscienza più forte e formata anche dei laici e delle laiche e, allo stesso tempo, un gioco di relazioni strutturate (consigli, forme partecipative,.sinodalità ordinaria) più forti.
Quand’è che maturiamo una sinodalità: attraverso esperienze sinodali piccole ma significative vissute a tutti i livelli: dalla parrocchia, al vicariato, alla vita di diocesi, stimoli partecipativi segnano la vita delle persone.
Certo la preparazioni dei laici è determinante: ma noi siamo preparati come laici e laiche, e non solo in teologia. Perché conta, nella vita della Chiesa, non solo la preparazione teologica; conta la preparazione culturale, le conoscenze e le competenze psicologiche, pedagogiche, di conduzione dei processi partecipativi. Queste sono delle competenze che i laici e le laiche possono e devono portare per la vita delle comunità cristiana. Quanto siamo ricchi di competenze psicologiche e pedagogiche. Perché questo non può essere riconosciuto come necessario per la vita di Chiesa? Conta come la teologia per la vita e il cammino comune. Io di fatto sono una teologa, insegno sia ai seminaristi che ai laici e alle laiche e devo dire che a volte i laici e le laiche sono molto più preparati dei seminaristi in teologia, quindi ormai le carte sono un po’ più ricche di reciprocità.
I single hanno posto nella Chiesa, i celibi e le nubili? Certo: io sono una single. Che cosa comporta questo? Comporta una scelta di vita. Come si fa una scelta di relazione al matrimonio, si fonda anche una scelta di vita consapevole della propria condizione laicale da single, da celibi e da nubili. Su cosa si fonda? Sul battesimo e sulla cresima, cioè l’elemento qualificante dell’identità cristiana. C’è una bellissima poesia di Turoldo che dice: Ricordando le parole di mio padre, ormai giunto alla fine della vita… “Che il battesimo ti basti prima ed oltre di ogni specificazione.”
Perché le donne non sono preti? Il Vaticano II evidenzia di nuovo la strutturazione tripartita, cioè secondo tre configurazioni, del ministero ordinato: il ministero del vescovo, che ha la pienezza del ministero per la consacrazione presbiterale; il ministero presbiterale e il ministero del diacono come ministero permanente autonomo. Il diacono ha un ministero ordinato, cioè garantisce questo consenso, l’apostolicità della Chiesa, ma un ministero non sacerdotale, cioè non celebra i sacramenti, non presiede l’Eucarestia. Le donne potrebbero diventare diacono? Sì. C’è un documento della commissione teologica internazionale di 3 anni fa che dice che questa possibilità di essere ministro ordinato non sacerdotale è possibile per le donne perché fino al IX secolo ci sono state delle diaconesse e quindi abbiamo molti secoli di questa esperienza. Le donne potrebbero diventare prete e vescovo? No. C’è un documento del 1994, che è il documento di più alto grado magisteriale dopo il Vaticano II, si intitola “Ordinatio sacerdotalis” e dice: è dottrina irreformabile, cioè un contenuto della fede che non si discute, che vengono ordinati vescovi e preti, cioè i gradi sacerdotali del ministero, solo uomini maschi. Perché? Viene data una motivazione unica, una e una sola: c’è un tradizione ininterrotta di 1900 anni che vede questo tipo di realtà. E’ la tradizione ecclesiale, la tradizione con la T maiuscola, l’esperienza di Chiesa che non ha mai visto questo. Perché questo non è possibile, perché non è mai stato fatto? Non c’è una risposta precisa. Per molto tempo si è detto che le donne non possono esse prete o vescovo perché non possono rappresentare il Cristo maschio nella celebrazioni: questa motivazione non sta né in cielo né in terra, nessuno lo dice più. Le donne non erano presenti all’ultima cena: non è vero e quindi nessuno lo dice più. L’unica motivazione che rimane è che c’è una tradizione ininterrotta ed è la motivazione di riferimento.
Sul discorso dei parroci non entro nel merito ma sono d’accordo su questa difficoltà. Quello che vi suggerirei è di fare l’elenco delle attività che fate in una settimana e sottoporlo alla comunità cristiana e chiedere quali di queste cose appartengono realmente al nucleo di fondo della vita e del ministero del prete e quali altre invece potrebbero essere assunte da laici progressivamente, in tempi più o meno lunghi di cambiamento dell’attività pastorale. Questo penso che sia un esercizio difficile, di ascesi per i preti, difficile per la comunità ma che cambia, insieme ai team pastorali che era la mia proposta di cambiamento effettivo.
testo non rivisto dal relatore
risposte di Daniele GarotaIo mi soffermo su questa cosa della libertà e di che cosa trasmetto, trasmissione della fede: che cosa trasmetto E poi rendere ragione della propria fede, è una cosa simile. Se uno mi chiede “ma in che cosa credi?”. Si tratta di credere in cose oggettive… non solo credo in Dio… E qual’era quel deposito delle fede che deve essere trasmesso che riceviamo dagli apostoli..? Il sacerdote può fare una cosa che noi non possiamo fare: può trasformare il vino in sangue del Cristo e il pane e in corpo del Cristo, l’Eucarestia. San Francesco aveva una venerazione massima di questa cosa, lui non si è mai sentito degno, pur essendo San Francesco, non si è mai sentito degno di questo essere sacerdote. E allora quando gli portarono un prete che era un mascalzone, lui corse subito a baciare la mani perché dalle sue mani viene e fuori il corpo e il sangue di Cristo... “io non mi sento degno”. Il prete ha questa cosa…
Io, da cattolico, ascolto la Chiesa e umilmente mi metto a dire: va bene accetto questo. Ma cosa vuol dire questo gesto Eucaristico? L’ultima cena:. si sono riuniti, negli ultimi momenti, lui doveva abbandonare.”D’ora in poi non berrò più il frutto della vite fino a quando lo berrò nuovo con voi nel regno del padre mio”. Quindi, ha creato nella comunità cristiana primitiva questo senso di vuoto: lui non c’è più fino al giorno in cui verrà di nuovo a bere quel vino nella mensa del re, il banchetto messianico, E allora quando si celebra l’Eucarestia la comunità ascolta il sacerdote che dice “Mistero della fede”, e la comunità è chiamata a rispondere “Annunciamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta”. Questo è il nucleo essenziale del deposito della fede. Noi dobbiamo trasmettere questa cosa: il Signore è morto ma è risorto e siamo in attesa che torni con noi a bere quel bicchiere di vino alla sua mensa.
Io, da uomo che vive con gioia la realtà della famiglia, della mensa, la tavola di casa, credo che ci debba essere in fondo molta similitudine, poca differenza tra la mensa, la tavola di casa, e l’altare, dove si celebra l’Eucarestia. Anche a casa, la chiesa domestica, ha la sua piccola Eucarestia, dove si dice grazie un l’altro del dono che si è l’uno per gli altri. E questo non dovrebbe essere poi molto lontano dalla mensa del banchetto regno che aspettiamo. Un giorno, noi di nuovo saremo col Signore a bere il vino nuovo del re. E insieme ci sarà anche mio padre e mia madre che sono morti ma ritorneranno in vita e io incontrerò insieme a tutti quelli che non ci sono più.
Se riusciamo a trasmettere questo ai nostri figli abbiamo continuato a trasmettere il deposito della fede. E se ci chiedono: “ma come faccio io a credere a una follia simile?” Non lo so, io continuo a crederci, non ti so dire perché. So soltanto che questa è la mia fede e io continuo a crederci. Più di questo credo che non possiamo fare, la fede è questo, non è una dimostrazione logica, è la testimonianza di ciò che tu senti dentro, che qualcuno ti ha dato. Io ho incontrato persone che ci credevano, ma l’hanno trasmetto. Io, dove posso, continuo a trasmetterlo. Credo che sia questo, oggi, profezia. Altro non so dire.
testo non rivisto dal relatore
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articolo su Gente VenetaGV n. 12, 27 marzo 2010
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