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Parrocchia di San Pietro Apostolo
Favaro Veneto da GENTE VENETA, n. 49, 27 dicembre 2008
Il segreto della comunione:
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"Delle 70 parrocchie che dal 2005 ho visitato, questaè quella che si è preparata con più assiduità": il Patriarca Angelo lo ha ribadito più volte alla comunità di S. Pietro Apostolo che ha incontrato sabato e domenica scorsi. Chiesa gremita di bambini, genitori e parrocchiani alle ore 15.30 di sabato, quando proprio i più piccoli hanno accolto il card. Scola con la freschezza e la spontaneità tipiche della loro giovane età. "Uno di voi mi ha scritto che l'ultima volta che mi ha sentito i S. Marco si è annoiato: vorrei sapere chi è!" dice il Patriarca scherzando, e poi: "Si fa quel che si può l'importante è che non capiti spesso". Grato e ammirato - come egli stesso si definisce - il Patriarca si rivolge ai bambini: "Conoscendo Gesù impariamo chi siamo, chi è Gesù, e quindi tutti i rapporti principali della nostra vita prendono senso". Rivolgendosi agli adulti, evidenzia la necessità che gesti come quelli assumano un valore stabile, e questo può avvenire solo mediante la testimonianza. Anche il Consiglio pastorale parrocchiale allargato è partecipato e ben nutrito di rappresentanti di tutte le realtà della parrocchia: dalla "comunità educante", al gruppo sposi, dalla S. Vincenzo al "gruppo della scopa", che si occupa appunto delle pulizie. Le domande rivolte al Patriarca sono principalmente quattro: il livello di comunione a cui si può tendere; la capacità di accoglienza; la stratificazione della comunità tra chi è attivo e impegnato e chi si limita alla richiesta di servizi; l'attenzione per i giovani e la modalità con cui abbattere il muro di indifferenza che a volte sembrano ergersi contro tutti. Innanzitutto il card. Scola collega la questione della comunione (che è l'"essenza della vita cristiana") al rapporto con Gesù. Prima della venuta di Gesù sulla Terra per comunione si intendeva "ciò che un gruppo aveva in comune come proprietà: ad esempio Andrea, Giovanni, Pietro e Giacomo avevano in comune barca e reti". Poi, "avevano in comune Gesù: ecco perché siamo qui stasera; questo motiva il nostro stare insieme". La comunione quindi non è qualcosa che noi costruiamo, non è il risultato in primo luogo dei nostri sforzi: "E' il dono che la Trinità ha fatto a noi in Gesù stesso". La comunione in questo senso è un dono da accogliere, e ne è testimonianza la memoria del Santo Natale. "Dobbiamo toglierci dalla testa un vizio, che è quello di pensare che la comunione la facciamo noi: la comunione ci precede, e domanda tutto". Gesù ci chiede di coinvolgere tutta la nostra vita con Lui". La comunione si persegue vivendo la comunità in piena libertà, ma essa dipende dal modo attraverso cui Gesù me la fa vivere. Il vescovo Beniamino Pizziol parla della questione posta come di un'"inquietudine salutare", e pone l'accento su quello che secondo lui è il vero interrogativo da porsi: "Questa comunità è in missione?", intendendo con la missione lo stare dove c'è la gente (sia in senso fisico che antropologico). In ciascuna situazione sono io per primo coinvolto, io per primo devo pensare a come reagisco a Cristo. Non importa più quindi quanti sono coinvolti, il problema non è fin dove posso arrivare, ma come io vivo: "Vivendo, inesorabilmente comunico". Così come hanno saputo fare quelle quattro famiglie che il Patriarca ha incontrato sabato pomeriggio. Anche la vita della comunità diventa quindi "l'approfondirsi del legame d'affetto tra noi della parentela in Cristo": l'importante è spostare il baricentro del fare e comportarci quasi che noi fossimo un partito che deve conquistare aderenti, all'"essere quotidianamente in Cristo". E' così che anche i giovani possono davvero essere conquistati dall'amore di Gesù, perché lo vedono riflesso negli adulti che li circondano. Come? Con una testimonianza di vita coerente e fedele a Dio. Per educare i ragazzi ci vogliono testimoni adulti, ma anche - sostiene il vicario episcopale don Valter Perini - colti e preparati, perché le domande dei giovani sono spesso pungenti, precise e necessitano di risposte esaustive e autentiche. Il card. Scola va dritto all'essenza del cristianesimo: "Perché siamo cristiani? Perché abbiamo nel cuore un grande desiderio di riuscire come uomini, di una vita buona, di essere felici, di essere liberi. E abbiamo scoperto che Gesù è la risposta a questo desiderio d'essere cristiani". Quindi non si è soltanto una comunità, ma si è una comunità di cristiani: questo crea uno stile, perché è l'incontro con Cristo che determina il valore di un gesto e gli fa assumere una precisa direzione. Laura Campaci
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