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Patriarcato di Venezia
Assemblea Ecclesiale
TESTIMONI DI GESU'
RISORTO
Lectio Magistralis
card. Angelo Scola |
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1. Vangelo e “voglia di vita”: la questione antropologica
«E riscopro, con la fede, la perduta voglia di vita»[1]. Questa affermazione, tratta dal colorato caleidoscopio delle testimonianze raccolte in vista di questo incontro, ci permette di individuare sinteticamente due elementi imponenti dell’esperienza di ogni uomo. Mi riferisco al desiderio e alla libertà. Il desiderio spalanca l’io all’infinito, mentre la libertà gli offre l’energia per perseguire quanto desidera.
a) Desiderio e libertà
Se avessimo il tempo di analizzare le mille e mille espressioni dell’azione congiunta di desiderio e libertà che caratterizzano la nostra esistenza personale e comunitaria, potremmo descrivere il compiersi progressivo della nostra voglia di vivere. Ad esempio: due sposi desiderano ardentemente che il loro amore sia fecondo, che fruttifichi. In concreto desiderano un figlio. Mediante la loro libertà trasformano questo impeto in una scelta effettiva. La vita, infatti, non sarebbe vita senza questo desiderio di infinito e senza la libera energia di perseguirlo. Per questa ragione la perdita della voglia di vivere indica uno smarrimento del desiderio e l’infiacchirsi della libertà. Non mi pare un caso che desiderio e libertà, in una parola ‘voglia di vivere’, rappresentino i “valori” oggi di gran lunga più in voga. Sono assai più in voga della ragione o della giustizia, per citare i due valori che hanno marcato fortemente il secolo appena concluso. Gli intellettuali – e mi riferisco qui ad esperti dei più vari campi del sapere – parlano dell’uomo di oggi come dell’uomo post-moderno. Con questo vogliono dire che gli uomini contemporanei, pur nella continuità di mentalità e di cultura con gli uomini della modernità – un’epoca che si estende convenzionalmente dalla fine del ‘400 fino alla caduta del muro di Berlino – vivono con essi una discontinuità ancora più marcata e radicale. È improponibile ed inopportuno compiere, in questa sede, un’analisi delle molteplici cause che hanno prodotto questo cambiamento epocale. Non conviene neppure illustrare articolatamente anche solo i principali tratti della fisionomia dell’uomo post-moderno. È sufficiente indicarne, nell’interazione tra desiderio di infinito e libertà – cioè nella voglia di vivere –, i caratteri dominanti. È naturale pertanto che molte delle testimonianze, raccolte nelle nostre comunità parrocchiali ed aggregazioni laicali, ruotino intorno alle parole desiderio e libertà. Ma a conferma potrei fare riferimento anche ai tanti incontri che in questi tre anni ho avuto modo di compiere con uomini e donne del nostro Patriarcato, praticanti e non, credenti e non, nella mia prima visita alle parrocchie o in svariati momenti pubblici e privati. Ovviamente anche noi veneziani siamo uomini del nostro tempo: siamo dei post-moderni.
b) Sarete liberi davvero
Se questo rilievo è del tutto comprensibile, personalmente trovo invece assai sorprendente la seguente coincidenza. Gesù a più riprese fa esplicitamente leva proprio sul desiderio di infinito e sulla libertà come sui due fattori chiave per proporre agli uomini il Suo Vangelo: «Se vuoi essere compiuto» (Mt 19, 21), «sarete liberi davvero» (Gv 8, 36). Quindi, contrariamente a quanto sovente viene affermato con non poca superficialità, possiamo dire che l’annuncio cristiano, lungi dall’essere inattuale, si trova più che mai sulla stessa lunghezza d’onda della domanda dell’uomo post-moderno. E, lo ripetiamo, non solo perché desiderio e libertà sono costitutivi del cuore dell’uomo come tale e quindi di quello di ogni tempo, ma proprio perché il modo radicale con cui Gesù parla di desiderio e di libertà incontra la radicalità con cui questa doppia istanza è percepita oggi da uomini e donne di tutte le età. Infatti da due decenni a questa parte la questione del desiderio e della libertà è emersa in modo inedito. Le domande di fondo, implicite in ogni uomo di ogni tempo, ma per millenni riservate a determinate élites, sono diventate le domande esplicite di ogni membro dell’umanità intera, di tutta la famiglia dei popoli. Cosa mi dà, alla fine, voglia di vivere? Perché ne vale la pena? Ed io che sono? Qualcuno mi ama, al punto da assicurarmi che questa voglia di vivere non si infrangerà di fronte a nulla, neppure di fronte alla morte? Sono domande esplose nella vita personale e sociale di noi contemporanei con una forza del tutto inedita mettendo in moto una ricerca spasmodica di felicità e destando energie di libertà prima impensate. Basti pensare che mai esse erano emerse in maniera così diretta ed esplicita dal terreno delle scienze bio-mediche, economiche, politiche. Vivevano relegate in letteratura o addirittura negate da parte dei saperi filosofici ed umanistici come domande non pertinenti, se non ridotte al rango di domande adolescenziali. L’uomo post-moderno si è ribellato con forza a questo stato di cose e non intende in alcun modo rinunciare al desiderio in tutta la sua ampiezza e all’impiego di tutta la sua libertà per realizzarlo. Evidentemente questo impone subito una questione che ha un peso determinante: quale desiderio e quale libertà possono assicurare l’autentica voglia di vivere? O, per dirla nei termini di Gesù, a quali condizioni l’uomo si compie e può essere libero davvero? La partecipazione di popolo che ha attraversato tutti i continenti in occasione della dipartita del caro Giovanni Paolo II, non ci apre la strada ad una riposta? Non è forse una dimostrazione che il desiderio e la libertà dell’uomo post-moderno sono sensibili ad una fede cristiana, quando questa è testimoniata in prima persona e in forma comunitaria? E ciò non significa che l’evento di Cristo può realmente intercettare le domande costitutive dei nostri contemporanei? Mi permetterete di dire subito che questo è il terreno su cui anche noi cristiani del Patriarcato di Venezia siamo chiamati quotidianamente a misurarci. E in ogni ambiente dell’umana esistenza: dalla famiglia alla parrocchia, dal quartiere alla scuola, all’Università e al lavoro, nei mondi della sofferenza e dell’emarginazione, in quelli dell’economia, dei mass-media e della politica, così come nell’impegno con la cultura e con la custodia e con la cura del creato.
c) Uomini tra gli uomini
Subito appare che l’essere cristiani domanda un’assunzione piena dell’umano. Come potrebbe non essere così se lo stesso Figlio di Dio «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 6-8)? La logica cristiana è la logica dell’Incarnazione: “ciò che è assunto da Gesù è salvato”. E Gesù ha assunto tutto dell’uomo. «Colui che non ha conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore» (2Cor 5, 21). I cristiani, solidali in tutto con i loro fratelli uomini, sono così chiamati ad incarnare uno stile di vita in cui desiderio e libertà traspaiano nella loro piena verità, quella realizzata da Gesù Cristo morto e risorto[2]. Uomo tra gli uomini Gesù si mosse a tutto campo chiamando i Suoi interlocutori, con mitezza e decisione, al paragone con la Sua persona e alla Sua sequela. Egli è il testimone fedele (cfr. Ap 1, 5) dell’incandescente amore del Padre per ogni uomo e non ha temuto di esporsi per manifestare, nella Sua umanità glorificata, la gloria riservata a tutti gli uomini (cfr. Col 1, 27). Lievito che silenziosamente fermenta la pasta (cfr. Mt 13, 33) o lampada posta sopra il moggio (cfr. Mc 4, 21), secondo le mille sfumature che la libertà implica, il cristiano, oggi più che mai, non può sottrarsi al compito di questa testimonianza ad un tempo personale e comunitaria. La straordinaria coincidenza tra annuncio cristiano e anelito dell’uomo di oggi vive però dentro un inedito travaglio. Del tutto estranei ad irenismi ingenui, come cristiani siamo ben consapevoli di quanti sentieri interrotti percorrano il desiderio e la libertà dell’uomo post-moderno. Non c’è aspetto della stessa esperienza elementare dell’uomo, legata al suo essere uno di anima-corpo, di uomo-donna, e di individuo-comunità[3], che non appaia oggi come “terremotato”. A tal punto che molti, anche tra i cristiani, rimpiangono un passato che non è detto fosse migliore del presente e che, in ogni caso, è irrimediabilmente passato, vestendo di volta in volta l’abito di intransigenti Catoni o di queruli uccelli di malaugurio. Così come altri, troppo spavaldamente e certo superficialmente, ritengono ormai liquidata l’esperienza cristiana. L’attualità radicale della promessa di Cristo a proposito di desiderio e di libertà ci consente di riconoscere il guadagno altamente positivo costituito dal fatto che l’apertura infinita del desiderio e le strade della libertà sono diventate il motore esplicito della vita personale e sociale dell’uomo di oggi perché finalmente liberate dalle tirannidi utopiche del secolo scorso. Non a caso il Santo Padre nel suo testamento scriveva nel 1980 che «i tempi, nei quali viviamo, sono indicibilmente difficili e inquieti». E vent’anni dopo aggiungeva queste parole: «Dall’autunno dell’anno 1989 questa situazione è cambiata. L’ultimo decennio del secolo passato è stato libero dalle precedenti tensioni; ciò non significa che non abbia portato con sé nuovi problemi e difficoltà». Non si deve, infatti, misconoscere che le nuove istanze a cui mi sono riferito sono oggi spesso in balia della fragilità, della confusione e della contraddittorietà. In sintesi l’epoca post-moderna appare più che come un’epoca di crisi, come un’epoca di travaglio. Forti e violente sono le contrazioni e le doglie, ma restano attraversate dalla prospettiva gioiosa del parto.
2. Il travaglio del parto: una società in transizione
Sostenuti da questa lettura volgiamo ora lo sguardo alla nostra Chiesa.
a) Un dato sorprendente
Senza eccesso di confidenza nei numeri, il Patriarcato di Venezia, che ha circa 370.000 residenti, vede la presenza del 90% circa di battezzati, dei quali, come è stato rilevato nella recente indagine, un quinto partecipa regolarmente all’assemblea eucaristica domenicale, un quarto vi prende parte quasi sicuramente almeno due volte al mese. Assai di più a Natale e Pasqua e in particolari circostanze (Prima Comunione, Confermazione, Matrimonio, Funerali). Vi è poi un buon nucleo di persone che in vario modo alimenta quotidianamente la vita comunitaria cristiana di parrocchie, aggregazioni di fedeli, rettorie, luoghi di educazione, di cura e di malattia, di emarginazione… Paragonati con un'altra rilevazione effettuata nel 1985, questi dati, pur nella loro sobrietà, smentiscono il luogo comune che le nostre chiese si stanno svuotando. A ragion veduta possiamo parlare di una sicura tenuta, per non dire di un leggero incremento, della pratica della vita cristiana nella nostra Chiesa.
b) Rigenerare la Chiesa
Altre volte ho paragonato la nostra Chiesa ad un braccio. Come il braccio è uno, così la nostra Chiesa è una. Ma nel braccio si distinguono il braccio vero e proprio, che può rimandare ai non pochi battezzati un po’ smemorati, un avambraccio che fa pensare all’insieme dei praticanti della domenica, e la mano, costituita dagli “impegnati”. Come non auspicare che, come avviene nel nostro corpo, la capacità prensile della mano rimetta in moto l’azione dell’avambraccio e del braccio? Come può accadere questo? Anzitutto riconoscendo i segni della speranza che lo Spirito rende presenti tra noi. Il primo e il più importante è l’esistenza di un soggetto ecclesiale capillarmente diffuso (penso soprattutto alle parrocchie) in cui uomini e donne di ogni età cercano di vivere liberamente la sequela di Cristo perché hanno aderito alla sua promessa di felicità. Il secondo consiste nel fatto che i membri delle nostre parrocchie e di tutte le aggregazioni di fedeli, operando ogni giorno in tutti gli ambiti dell’umana esistenza, rischiano la loro testimonianza condividendo spontaneamente con tutti i fratelli uomini l’anelito al compimento del desiderio e della libertà. Moltissime testimonianze raccolte lo hanno dimostrato: per la grazia di Dio, che passa attraverso circostanze e rapporti quotidiani, l’anelito dell’uomo post-moderno al compimento incontra nei cristiani – espressione di Cristo presente e vivo – una tendenziale risposta. Con naturalezza, pertanto, i cristiani del Patriarcato vivono il comune travaglio della nostra epoca. Anche se ne patiscono contraddizioni, confusioni e smarrimenti, perché uomini come tutti gli altri, sono sorretti da una speranza ben fondata e cercano di accompagnare positivamente il processo di questo difficile parto senza avere la pretesa di fissarne modalità e tempi.
c) I tratti della Chiesa veneziana
Non sono mancati nella nostra Chiesa dopo il Concilio Vaticano II tentativi attenti di comprendere la violenta transizione in atto per mostrare come la comunità cristiana rappresentasse una risorsa per viverla al meglio. Di recente questo lavoro si è concentrato su taluni aspetti socialmente rilevanti caratteristici delle diverse zone geografiche della nostra diocesi. In modo significativo soprattutto negli incontri del clero, ma anche nei consigli pastorali diocesani, vicariali, parrocchiali ed in molti altri ambiti, si è cominciato a riflettere sui tratti che caratterizzano la nostra Chiesa locale. Questo perché i cristiani, uomini a tutto campo, sono coinvolti con la comunità degli uomini in tutti gli aspetti dell’umana convivenza, ma lo sono a partire da quel senso cristiano della vita che costituisce la loro speranza. Questa è la molla per un impegno che incomincia dalla propria persona[4], passa dalla famiglia[5] e dalla comunità cristiana[6] e giunge fino alla collaborazione con tutti gli uomini, in vista di edificare una vita buona e un buon governo per la nostra società plurale. Le scottanti questioni ambientali della città lagunare piuttosto che quelle di Marghera o le innovative istanze culturali di Mestre, la crisi demografica che non caratterizza più solo Venezia, o i delicati problemi educativi causati dal turismo balneare sul litorale, la crisi antropologica che in laguna assume i tratti vistosi di uno smarrimento del senso del vivere ma che investe parimenti la Terraferma - ovunque si è incrinato un equilibrato rapporto tra affetti, lavoro e riposo - stanno interrogando le nostre comunità sul modo di celebrare l’Eucaristia, di porsi all’ascolto della Parola di Dio, di approfondire con la catechesi la visione cristiana della vita, di praticare una gratuita condivisione dei bisogni a partire dai più clamorosi, di farsi carico in modo reale dei più acuti problemi geo-politici legati all’oppressione, all’ingiustizia, alla guerra e al terrorismo… Comunità cristiane incarnate perché concretamente costituite da uomini che come tutti gli uomini di oggi, sanno bene che il desiderio di felicità e la pienezza di libertà non possono di fatto trovare soddisfazione in termini individualistici e privatistici, ma solo attraverso vie comunitarie e solidali di attuazione. La questione antropologica oggi dirompente resta indisgiungibile dalla questione sociale altrettanto acuta. Non c’è felicità per me se non è tendenzialmente per tutti. Non c’è libertà per chi mi è più prossimo se non è garantita la libertà di chi mi è più lontano. Come dice splendidamente la Lettera a Diogneto il cristiano e la comunità ecclesiale non sono realtà separate, ma «come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani»[7]. Questa è la nostra azione ecclesiale, questa è la pastorale della Chiesa veneziana.
3. Gesù Cristo, vivo qui ed ora, è la nostra speranza
a) I segni della speranza
I cristiani del Patriarcato sono quindi «lieti nella speranza» (Rm 12, 12), non immotivatamente ma a ragion veduta, dal momento che i segni di questa speranza sono ben individuabili nella loro storia personale e comunitaria, realisticamente incarnata in quella di tutta la famiglia umana. Tuttavia i segni tangibili di questa speranza che connota positivamente il cristiano della nostra epoca, esposta al terribile rischio che Lewis definiva di abolizione dell’uomo, resterebbero inevitabile preda dell’ideologia se le nostre libertà non fossero ogni giorno di nuovo spalancate al desiderio di infinito. In una parola, i segni di speranza restano tali solo se vive tra noi la Speranza: Gesù Cristo è la nostra speranza (cfr. 1Tm 1, 1). Del resto, se per sperare bisogna essere lieti, ciò è possibile solo se ogni giorno la nostra libertà è sorpresa dal dono inestimabile che ci rende tali: Gesù Cristo risorto nel suo vero corpo è caparra della nostra risurrezione (cfr. 1Cor 15, 1-20).
b) Il Crocifisso Risorto e la Sua Chiesa
L’inaudito annuncio pasquale che il memoriale eucaristico rende quotidianamente presente nella nostra esistenza e in tutta la storia, non è una favola o un mito che soddisfino un impossibile anelito di immortalità, ma è un fatto presente ed incontrabile da chiunque. Gli amici, uomini e donne, che Gesù aveva raccolto intorno a sé lungo i tre anni della sua pubblica missione, tra i quali la stessa Madre occupa il primo posto, non erano un gruppo occasionale di seguaci di un efficace rabbi itinerante, ma il nucleo costitutivo di quella comunità ecclesiale che la croce e la risurrezione di Gesù hanno costituito in nuova ed imperitura parentela e che l’Eucaristia, con gli altri sacramenti, continua a rendere vitalmente presente nella storia di uomini e popoli. Gesù e i Suoi, Cristo e la Chiesa, non sono disgiungibili[8]: costituiscono un unicum, il popolo dei credenti che fa della Chiesa la forma del mondo (il mondo redento). Quando per la potenza dello Spirito che si manifesta attraverso i sacramenti la libertà degli uomini incontra la Chiesa dando vita, sotto la guida dell’autorità sacramentale, alle comunità parrocchiali o alle tante forme aggregative di realizzazione della Chiesa, Gesù Cristo concretamente viene all’incontro di uomini e donne riproponendo con forza il Suo invito: «Se vuoi essere compiuto (…) vieni e seguimi» (Mt 19, 21), «sarete liberi davvero» (Gv 8, 36). «Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20). E noi cristiani sappiamo bene che Egli sarà con noi fino alla fine del mondo (cfr. Mt 28, 20).
c) La radice eucaristica della comunione
Quando ci riuniamo la domenica per celebrare l’Eucaristia dovremmo – come raccomanda Paolo ai cristiani di Corinto – compiere questo gesto con grande consapevolezza del mistero che esso racchiude (cfr. 1Cor 11, 23-34). Cristo nostra speranza farebbe ardere allora il nostro cuore come avvenne per i due lungo la strada di Emmaus (cfr. Lc 24, 13-35). Come per loro nello spezzare il pane ritroveremo l’intensa luce della Parola di Dio, Lo riconosceremo presente tra noi, capace di far risplendere agli occhi della fede il Suo volto sfolgorante di bellezza a tal punto che, come le donne, come Zaccheo, come decine e decine di generazioni cristiane, con fretta e con gioia ci porremo in movimento per comunicarlo a tutti. L’Eucaristia domenicale costituisce infatti il progressivo approfondirsi del nostro rapporto col Signore e con i fratelli[9]. La regolare partecipazione a questo gesto - resa necessaria nella sua provvidenziale ripetitività dal nostro limite che ci impedisce di recepire in un sol colpo il mistero assoluto e singolare della morte e della risurrezione del Figlio di Dio fattosi uomo in nostro favore -, si rivela veramente come il momento principale e decisivo di tutta la settimana. Grazie ad esso prende lentamente forma tra i cristiani l’esperienza della comunione, insostituibile segno per tutti gli uomini del nostro stato di risorti già presente in germe. La nostra libertà rispondendo con la fede all’Eucaristia in cui si proclama la Parola di Dio, entra nell’orizzonte della communio dei cristiani. Questa rappresenta un criterio di organizzazione di tutta l’esistenza, genera un vero e proprio stile di vita. Essi, avendo in comune Cristo stesso che li assimila a Sé offrendo loro in cibo il Corpo consegnato e il Sangue versato, tendono a mettere in comune tutto di loro stessi. In libertà, per quanto ne sono capaci, non solo condividono beni materiali e spirituali ma la loro stessa esistenza poiché «non vivono per se stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato per loro» (2Cor 5, 15).
d) Uomini nuovi
Uomini e donne «amati da Dio, santi e eletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Col 3, 12) giungono fino alla singolare esperienza antropologica che realmente può intercettare e convincere la libertà e il desiderio dell’uomo post-moderno. Essa è fondata su due pilastri portanti che, come le due colonne di Ercole, trattengono tutta l’umana esperienza: «nel dolore lieti» (cfr. 2Cor 6, 10) e «amate i vostri nemici» (Lc 6, 27). Sono criteri di vita impossibili alle sole forze dell’uomo, ma resi a lui possibili dalla meraviglie della grazia divina. In queste due affermazioni è racchiuso l’insuperabile paradosso, personale e comunitario, dell’esperienza cristiana. Nella comunità cristiana persona e collettivo non si elidono mai. Per quanto vi possa essere tensione tra i due poli, la persona non sarà mai assorbita nel collettivo, nello stesso tempo in cui non potrà mai concepirsi come una isolata fortezza con tutte le finestre sbarrate. Comunità siffatte sono l’esito gratuito della comunione, il cui dono i cristiani non cessano di invocare dallo Spirito con la preghiera comunitaria e personale, con i sacramenti, con l’offerta di tutta la loro vita perché, come linfa vitale, essa investa tutte le circostanze e tutti i rapporti rendendoli capaci di gratuita condivisione, di giudizio comune e di universale apertura a tutte le dimensioni del mondo. Le nostre parrocchie e tutte le nostre aggregazioni sono chiamate dall’urgenza di felicità e di libertà dei nostri fratelli uomini a divenire sempre più luoghi di comunione effettiva, ambiti quindi di vita ben individuabili così che chiunque possa incontrarvi Gesù[10].
e) Comunità visibili
Come è possibile infatti prescindere da questa fisicità[11]? Essa è la risposta che ogni persona, una di anima e di corpo[12], inevitabilmente cerca ogni giorno attraverso la propria vita affettiva e quella lavorativa ritmate dal bisogno di riposo. La domanda di fisicità altro non è che il prolungamento della domanda di familiarità che è la conseguenza imponente di ogni autentico incontro tra persone. Quando Andrea e Giovanni, lasciato il Battista per mettersi sulle tracce di Gesù, vengono sorpresi dalla brusca Sua domanda «che cosa cercate?», chiedono «Maestro, dove abiti?», cercano una familiarità con Colui il cui incontro aveva mobilitato il loro desiderio di pienezza e aveva aperto la prospettiva di soddisfazione per la loro libertà. Il Maestro risponde: «Venite e vedrete» (cfr. Gv 1, 35-39). Ogni cristiano deve poter rivolgere questo stesso invito, in semplicità e concretezza, ad ogni fratello uomo ovunque incontrato. Per questo ogni parrocchia e ogni aggregazione deve continuamente rigenerarsi come luogo di comunione fisicamente incontrabile. Dal giorno del battesimo fino a quello della sepoltura accompagnati dalla vita sacramentale mediante la quale il mistero di Gesù crocifisso e risorto investe gli aspetti decisivi dell’esistenza – la nascita, la maturazione, l’amore e il perdono, l’assunzione di responsabilità e di compiti, il dolore e la morte – i cristiani vivono legami forti e liberi di comunione che danno prospettiva al desiderio di infinito e reggono, correggono e sorreggono la loro libertà.
f) Spazi vitali e missionari
Vivendo una simile comunione parrocchie e aggregazioni diventano comunità aperte, senza confini. Esse sono di per se stesse missionarie[13]. Quanti vi appartengono quotidianamente, rigenerati negli affetti in famiglie che si sentono parte della più grande dimora ecclesiale, ritrovano energie di edificazione che li rendono segni credibili della presenza salvifica di Cristo in tutti gli ambienti. La parrocchia così concepita giunge fino là dove la Provvidenza chiama ogni fedele ad operare. Le chiese, i patronati, i centri sociali e culturali, i centri di ascolto e di accoglienza e tutte le altre strutture in vista dell’apostolato negli ambienti, al pari delle case dei cristiani, diventano i luoghi in cui si esprime la nuova parentela (cfr. Gv 19, 25-27). Spazi vitali in cui si esprimono comunità virtuose alimentate da uomini il cui stile di vita, come diceva Paolo, è quello di esistere in Cristo: «sia dunque che mangiate sia che beviate» (1Cor 10, 31), «esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21), poiché «tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3, 22-23). Mediante l’Eucaristia e i sacramenti, ambiti specifici dell’ascolto della Parola di Dio, prende forma, secondo il principio della comunione, la comunità cristiana. Come fu nell’Ultima Cena nella quale Gesù ha incastonato la Sua croce e risurrezione, come accadde ad Emmaus, così l’Eucaristia di Gesù Cristo muove la libertà degli uomini e delle donne attraverso un incontro che genera una familiarità. La Chiesa locale diventa allora un avvenimento proposto in libertà a chiunque, un luogo vitale ove, secondo una pluralità di carismi e di forme aggregative, a chiunque è possibile incontrare Cristo e seguirlo. Come è avvenuto da Abramo in poi, questa parentela tende a dilatarsi in quanto ritmata dall’amore che è diffusivo di sé: genera un popolo che, essendo il popolo dei figli nel Figlio, può a buon diritto definirsi popolo di Dio. Possiamo ora chiederci guardando alle variegate comunità parrocchiali e alle aggregazioni di fedeli del nostro Patriarcato: come assicurare loro questa vitalità che mobiliti le tre articolazioni del braccio? Come in esse la vita di comunione può continuamente rinnovarsi così da mantenere loro il carattere di avvenimento che solo parla al cuore degli uomini perché spalanca il loro desiderio di infinito e libera per davvero la loro libertà? Bisogna che l’incontro eucaristico con Cristo tenda ad investire tutte le circostanze e tutti i rapporti dei battezzati. Bisogna che la loro vita assuma «una forma eucaristica»[14].
4. La forma eucaristica dell’esistenza cristiana
La forma eucaristica dell’esistenza cristiana altro non è che la conseguenza dell’Incarnazione redentiva del Figlio di Dio che ci raggiunge e ci investe sacramentalmente. È cioè l’espressione dell’amore con cui il Dio Uno e Trino crea gli uomini e resta fedele al suo progetto di amore dal momento che il Figlio si lascia liberamente mandare nella natura umana e giunge fino alla morte di croce per redimerci dal peccato. Il dono totale di Sé che Gesù Cristo ha compiuto sul Golgota si attualizza, per opera dello Spirito, nell’Eucaristia e nei sacramenti[15]. Portare l’Eucaristia nella vita cristiana significa per il cristiano sposare fino in fondo la logica dell’Incarnazione quale logica sacramentale. In concreto questo si traduce nell’aderire a tutte le circostanze e a tutti i rapporti che sono come la trama attraverso la quale si dispiega il disegno del Padre sulla sua persona. L’offerta eucaristica del pane e del vino «frutti della terra e del lavoro dell’uomo» perché la potenza dello Spirito li trasformi nel Corpo donato e nel Sangue versato di Cristo, è allo stesso tempo la sorgente e il culmine dell’offerta viva che il cristiano fa di sé. Essa implica il dono al Padre e, nel Padre, ai fratelli di tutti gli istanti della propria esistenza. E questo dono è possibile se sgorga da un cuore amante che mendica la manifestazione di Cristo risorto e vivo quale consistenza ultima di tutta la realtà. «La realtà invece è Cristo!» (Col 2, 17).
5. L’urgenza della carità
Amando e lavorando in Cristo e per Cristo senza temere sacrificio e dovere, il desiderio e la libertà trovano la via sicura del compimento. Una comunità di uomini siffatti è spontaneamente condotta dalla logica dell’Incarnazione a condividere la forma più elementare del desiderio che si chiama bisogno. Ed è del tutto logico che più il bisogno è imponente e radicale più provochi la libertà di condivisione del cristiano.
a) La preferenza per i poveri
La chiara preferenza di Gesù per i poveri e per gli ultimi non solo non esclude nessuno dall’amore, ma disegna concretamente l’orizzonte adeguato dell’amore verso tutti. La prima e più elementare condizione perché le nostre comunità siano avvenimento vitale in cui il popolo di Dio è continuamente rigenerato è quindi la pratica della carità. Infatti «la carità genera un popolo»[16]. La considerevole quantità di cristiani che personalmente e comunitariamente assicurano ogni giorno nel nostro Patriarcato la condivisione dei bisogni dei più poveri ed emarginati costituisce un’autentica benedizione di Dio per la nostra Chiesa[17].
b) Un’educazione stabile alla gratuità
Essa invita però ogni comunità cristiana a farsi carico di una stabile educazione di ogni suo membro alla gratuità[18]. L’intuizione della Caritas parrocchiale diventata realtà in una cinquantina di nostre parrocchie, può rappresentare un aiuto in questo senso. Ma la carità di Cristo che ci urge (cfr. 2Cor 5, 14), e che non è riducibile a qualche slancio di generosità, richiede fin dalla primissima infanzia e per tutta la vita una stabile ed organica educazione al gratuito. In concreto una comunità cristiana che intenda vivere a partire dall’Eucaristia la logica dell’Incarnazione proporrà indistintamente a tutti i suoi membri di dedicare una porzione del proprio tempo a condividere con gesti umili il bisogno degli ultimi. Le forme saranno tante quante la fantasia di persone e di gruppi alimentata dallo Spirito saprà formulare. L’importante è che ci si decida a donare una porzione concreta del proprio tempo con l’unica preoccupazione di educarsi all’amore dell’altro per l’altro in nome dell’amore con cui il Padre ci ama in Gesù Cristo assicurandoci la diuturna compagnia della comunità cristiana.
6. Educarci al pensiero di Cristo
Una comunità parrocchiale o un’aggregazione ecclesiale può dire vieni e vedi se asseconda la logica dell’Incarnazione esprimendo la comunione anche come permanente educazione alla fede intesa come criterio con cui affrontare tutta la realtà. L’«esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21) non può essere un dato automatico nella vita del cristiano. Per questo fin dalle primissime comunità cristiane l’annuncio del Vangelo vissuto nell’Eucaristia e testimoniato nella vita ha richiesto l’immedesimazione accurata con la Parola di Dio e la catechesi (cfr. At 2, 42). Nel nostro Patriarcato non poche realtà assicurano stabilmente queste due forme primarie di alimentazione del giudizio di fede (omelie, catechesi dell’iniziazione, gruppi di ascolto, catechesi di adulti, preparazione ai sacramenti soprattutto al matrimonio, esercizi spirituali, conferenze e corsi sulla liturgia, centri culturali [affronto dei problemi scottanti legati alla giustizia, alla pace, all’ambiente, alla salute, alla bioetica, alla valorizzazione dell’arte e della musica…], scuola biblica, scuola di formazione teologica, lo Studium Generale Marcianum, ecc.). Dobbiamo tuttavia con molta umiltà riconoscere che sotto questo aspetto ci attende ancora un lungo cammino. In particolare due mi sembrano i punti di debolezza che tolgono alle nostre comunità il fascino che attizza il desiderio e non cessa di sorprendere la libertà.
a) Un’educazione permanente al senso cristiano della realtà
Il primo consiste nel fatto che, soprattutto dopo il sacramento della Confermazione, la preoccupazione di un’educazione stabile al giudizio di fede è solo di una minoranza e spesso è del tutto occasionale e saltuaria. Le acute contraddizioni dell’uomo post-moderno che investono l’ambito degli affetti e del lavoro non sono in tal modo affrontate a partire da quel «pensiero di Cristo» (1Cor 2, 16) di cui parla Paolo, ma piuttosto secondo le opinioni dominanti. E questo perché non ci disponiamo ad abbeverarci in forma organica e sistematica alle sorgenti di tale pensiero.
b) La comunione criterio del giudizio di fede
Il secondo punto debole è che spesso non cogliamo l’importanza di maturare un giudizio di comunione sugli aspetti salienti della vita della comunità e, fatte le debite distinzioni, sui nodi più rilevanti della società civile. Diventa così sempre più difficile praticare nelle nostre comunità il decisivo principio «uniti sulle cose necessarie, liberi in quelle opinabili, ma testimoni di carità in tutte»[19]. A tal punto che oggi è divenuto assai arduo per i cristiani identificare quali siano le cose necessarie e persino non ridurre gli autorevoli pronunciamenti del Papa e dei Vescovi in materia di fede e di morale ad un’opinione tra le altre. Non di rado capita che la diversità di opinione rompa la comunione, perché l’opinione che ci divide è considerata più importante di quanto ci unisce. A questo livello appare indispensabile per il nostro Patriarcato l’aiuto degli uffici pastorali così come decisiva sarà la funzione dei vicariati e di tutti gli strumenti che potremo insieme approntare, a condizione che siano a servizio della vita nuova in Cristo. La vita viene prima dei programmi e dei piani di azione. Per far comprendere l’importanza di questa educazione sistematica e organica al senso cristiano della vita mi permetto di fare riferimento ad un’esperienza recente. Invitato con altri cardinali e vescovi cattolici a New York dal Congresso Mondiale Giudaico a visitare alcune comunità ebraiche ortodosse, abbiamo avuto occasione di incontrare studenti e docenti della Yeshiva University. È un’Università in cui si studiano come da noi le diverse discipline: dal diritto all’economia, dalle lettere alle lingue, alle scienze naturali… Con meraviglia ho appreso che per tutta la durata del percorso universitario ogni giorno, eccetto il sabato, gli studenti dedicano tutta la mattina, sotto la guida di rabbini e di professori, allo studio del Talmud, cioè della più autorevole ed antica interpretazione giudaica della Torah. Il pomeriggio poi studiano le rispettive discipline (Diritto, Medicina, Biologia, Lettere…). Possiamo solo supporre cosa significhi essere avvocato od economista dopo un simile percorso o esserlo come il 90% o forse più di noi battezzati, espertissimi nelle nostre discipline ma quanto a visione cristiana della vita fermi al catechismo della confermazione.
7. Fino ai confini della terra
a) Per tutti
L’invito «vieni a vedere» (cfr. Gv 1, 39) la dimora della comunità cristiana è naturale sia da noi rivolto tendenzialmente a tutti, a cominciare da coloro con i quali il Padre ci chiama ad investire porzioni imponenti del nostro tempo. Dopo i nostri familiari sono da annoverare tra questi i nostri colleghi di lavoro o i nostri compagni di scuola e di Università. Con costoro allacciamo rapporti tendenzialmente stabili o comunque di notevole respiro. Condividiamo competenze, opinioni, giudizi che riguardano gli aspetti quotidiani ed elementari dell’esistenza per giungere fino alle questioni scottanti attinenti alla vita sociale, civile e politica. È in questi ambienti dell’umana esistenza che incontriamo il nostro fratello uomo. Come può la nostra appartenenza alla comunità nutrire continuamente il nostro desiderio di infinito e liberare la nostra libertà se non genera una gratitudine così potente che tende a comunicarsi nello stile di vita e nella parola esplicita entro gli ambienti del nostro lavoro? Rischieremmo altrimenti di essere uomini divisi che, come disse Paolo VI, separano la fede dalla vita, se le nostre comunità non ci educassero alla missione nell’ambiente. Missione che, come ogni altra dimensione della vita cristiana, è per sua natura ad un tempo personale e comunitaria.
b) In ogni ambiente dell’umana esistenza
Come la condivisione gratuita ed elementare del bisogno degli ultimi ci educa ad amare il prossimo più prossimo, così il sostegno alla missione della Chiesa ad gentes deve essere concepito dalle nostre parrocchie ed aggregazioni come strumento per l’educazione permanente alla dimensione missionaria che ogni cristiano è chiamato a vivere in prima persona nell’ambiente. L’esistenza di numerosi gruppi missionari così come l’azione di associazioni, gruppi e movimenti d’ambiente o specializzati sono un segno già operante tra noi. E tuttavia, con umiltà, dovremo cercare le strade perché lo Spirito faccia crescere la testimonianza cristiana in tutti gli ambienti di studio e di lavoro.
8. Un «edificio di pietre vive»: comunione di comunità
Un «edificio di pietre vive» che «ha come testata d’angolo la pietra scartata dai costruttori» (cfr. 1Pt 2, 5-7). Un edificio a cui non vogliamo «porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1Cor 3, 11), un luogo in cui essere «liberi davvero» (Gv 8, 36) e in cui il desiderio di compimento cresca col passare degli anni per attuarsi col passaggio alla vita eterna nell’abbraccio definitivo del Padre. Questo vogliono essere le parrocchie e le aggregazioni ecclesiali del Patriarcato: autentiche comunioni di comunità condotte da un presbiterio creativamente unito sotto la guida del Patriarca, luoghi ecclesiali il cui unico scopo sia quello di lasciar trasparire il volto redentore di Cristo[20] a tutti i nostri fratelli uomini, cominciando da coloro che risiedono nella nostra terra. Allacciando rapporti stabili di carità con i fratelli cristiani di altre Chiese e confessioni presenti tra noi e soffrendo con essi per il dolore della non ancora raggiunta piena comunione. Intrecciando rapporti con i nostri fratelli maggiori ebrei ed accogliendo con rispetto i figli dell’Islam e delle altre religioni. Cercando appassionatamente il confronto con chi crede di non credere o di non poter credere. Voglia di vivere, voglia di libertà, desiderio di felicità non sono sogni di uomini perennemente adolescenti, sono l’esperienza di uomini maturi che si sposano, generano figli, si consacrano a Dio nella verginità, lavorano, contribuiscono e partecipano al buon governo della vita pubblica. Per questa ragione amano i bambini e si impegnano fortemente in ambito educativo. Intendono assicurare ad ogni anziano una vecchiaia dignitosa e una morte personale. Essi sono convinti che Dio garantisce la dignità assoluta di ogni singolo dal concepimento alla morte naturale perché «l’autentica essenza della vita non declina con la malattia»[21]. Tali sono i cristiani: uomini lieti nella speranza, liberi dall’esito, perché seguono Cristo avendo compreso che il segreto per compiere il desiderio di felicità sta nell’abbracciare anche la croce come condizione per la risurrezione come fu per il Maestro. La forza della loro speranza non è solo nella certezza della vita eterna, ma nell’aver cominciato a toccare con mano il centuplo quaggiù (cfr. Mc 10, 30). Sanno che, nonostante i loro limiti, la loro fragilità e i loro peccati, sono voluti dal Padre di Gesù Cristo e sorretti dallo Spirito nell’umanissimo desiderio di amare tutti gli uomini secondo la legge della prossimità. Questa è la ragione unica del loro vivere. Si autoespongono per testimoniare, in prima persona, la più semplice e consolante delle affermazioni: «Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4, 7-8). 1. Vangelo e “voglia di vita”: la questione antropologica
a) Desiderio e libertà b) Sarete liberi davvero c) Uomini tra gli uomini
2. Il travaglio del parto: una società in transizione
a) Un dato sorprendente b) Rigenerare la Chiesa c) I tratti della Chiesa veneziana
3. Gesù Cristo, vivo qui ed ora, è la nostra speranza
a) I segni della speranza b) Il Crocifisso Risorto e la Sua Chiesa c) La radice eucaristica della comunione d) Uomini nuovi e) Comunità visibili f) Spazi vitali e missionari
4. La forma eucaristica dell’esistenza cristiana
5. L’urgenza della carità
a) La preferenza per i poveri b) Un’educazione stabile alla gratuità
6. Educarci al pensiero di Cristo
a) Un’educazione permanente al senso cristiano della realtà b) La comunione criterio del giudizio di fede
7. Fino ai confini della terra
a) Per tutti b) In ogni ambiente dell’umana esistenza
8. Un «edificio di pietre vive»: comunione di comunità
[1] Sonia, Poesia, in La bellezza e il senso, 212. [2] «Ho scoperto – attraverso sconfitte e prove – la libertà che c’è nel passare dalla sicurezza nelle mie capacità e nei miei beni alla fiducia in un Dio che provvede a me», Paolo in La bellezza e il senso, 105. [3] Giovanni Paolo II ha affrontato abbondantemente questi temi nel suo magistero. Cfr. Laborem exercens, Centesimus annus, Sollicitudo rei socialis, Mulieris dignitatem 6-8.
[4]
«Ho sperimentato l’amore di cui tanto avevo sentito solo parlare, un
amore nuovo, l'amore gratuito di Dio che non cercava la mia perfezione,
ma la mia imperfezione e le mie fragilità che mi permettevano di
appoggiarmi a Lui e non a me stessa», Alessandra, testimonianza 377.
«Gesù Cristo Risorto si può sperimentare già in questa vita, avendo
Lui il potere di cambiare la nostra natura, rendendoci capaci di amare e
di affrontare il quotidiano mestiere di vivere», testimonianza 382.
[5]
«Nel novembre del ‘94, assieme ai nostri figli, siamo stati accolti
in udienza dal Santo Padre ricevendo lo “speciale mandato missionario”
(così lo definì il Papa). Il Santo Padre in quell’occasione ci consegnò
il crocifisso dicendoci che ogni giorno esso ci doveva ricordare che
eravamo in missione come «Famiglie per le famiglie» perché a nostra
volta raggiunti dall’Amore misericordioso di Dio. Poi disse: “...rendete
testimonianza della speranza che c'è in voi” (Pt. 3,15)»,
testimonianza, 166.
[6] «I tre anni di partecipazione al Consiglio pastorale della mia parrocchia mi hanno dato una carica esplosiva di fede e spero di poter trasmettere questa carica gioiosa a tutti (… perché fa vivere bene!!!)», testimonianza 88. [7] Lettera a Diogneto VI, 1. [8] «L’Azione Cattolica mi ha dato il senso vivo della mia appartenenza alla Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, e mi ha educata ad amarla nella persona del Papa, del mio Vescovo, dei miei sacerdoti, dei fedeli tutti, a partire dalla mia comunità parrocchiale», testimonianza 539. [9] «Qualcosa è scattato dentro di me: prima andavo a Messa per pagare il mio debito, ora vado per incontrare Lui e la sua Parola, perché mi fa star bene. Sono passati sette anni e io sono cambiata. Sono un’altra persona, vedo la vita e chi mi sta vicino con occhi diversi. Ho trovato una serenità che non ho mai avuto. Capisco che quando ho cominciato a chiedere un miracolo al Padre, Lui mi ha veramente risposto: mi ha guarito delle ferite che non si vedono, ma che forse fanno più male. Adesso vorrei gridare a tutti quello che ho scoperto», testimonianza 161. [10] «In tutte noi rimane, pur nella consapevolezza dei propri limiti, il senso profondo di un unico Incontro, ripetuto per centinaia o migliaia di volte dietro nomi, storie, visi diversi. Un Incontro che ha cambiato e riempito la nostra vita», testimonianza comunitaria della Conferenza di San Vincenzo della Parrocchia Santa Maria di Lourdes di Mestre, in La bellezza e il senso, 265. [11] «Poco a poco scoprii il luogo in cui Gesù si stava prendendo cura di me in modo particolare»¸ testimonianza 36. [12] Gaudium et spes 14. [13] Cfr. A. Scola, Il volto missionario della parrocchia, CID-Cantagalli, Venezia-Siena 2003. [14] Giovanni Paolo II, Lettera ai Sacerdoti per il Giovedì Santo 2005, n. 1. [15] «L’amore e la fede verso Gesù Eucaristia vengono trasmessi da persona a persona nelle più svariate circostanze, soprattutto nei momenti della prova. Al Centro vengono spesso comunicate testimonianze di vita eucaristica toccanti per l’intensità di adesione a Gesù quale Signore della propria vita. Persone che vivono irradiando questa grazia e contagiando positivamente tanti fratelli nella fede», testimonianza 327. [16] Giampaolo, in La bellezza e il senso, 134. [17] «Gesù non ci ha chiesto di “salvare il mondo”, è Lui che lo ha salvato facendo la volontà del Padre, ma di essere “sale” e “luce” del mondo. Un mondo, sia pur piccolo e limitato, credo sia la Mensa di Betania per i poveri, un segno di speranza, fatto insieme ad altri, che condividono la stessa necessità di dare risposte concrete ai bisogni umani», testimonianza 119. [18] Infatti «in questa società del benessere abbiamo molti servizi, ma non siamo abituati a servire», testimonianza 111. [19] «In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas», adagio per lungo tempo attribuito ad Agostino. [20] «Come è scritto nel libro di Giobbe: “Ti conoscevo solo per sentito dire, ora, invece, ti ho visto con i miei occhi”, anche la maggior parte di noi, pur frequentando la Chiesa, conosceva il Signore per sentito dire, avevamo un’esperienza indiretta… Ora, grazie all’aiuto dello Spirito Santo che ci ha spinto ad intraprendere questo cammino di fede, possiamo dire che l’abbiamo incontrato e lo preghiamo che continui a guidarci con la sua grazia», testimonianza 522. [21] Alberto, in La bellezza e il senso, 63.
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